Novembre 25, 2021
Da Il Manifesto
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Il Teatro dell’Opera di Roma inaugura la sua stagione 2021-2022 come ogni teatro dovrebbe inaugurarla: con un’opera nuova, fresca d’inchiostro. Un tempo ciò era tradizione di tutti i teatri del mondo, anche perché il repertorio era costituito soprattutto da opere contemporanee, oggi lo è di pochissimi teatri, di nessuno in Italia. A Roma, l’ultima volta è stata nel 1901, con Le Maschere di Mascagni, che fu data simultaneamente anche in altri sei teatri: come lancio pubblicitario (la pubblicità non è stata inventata adesso, come crediamo noi smemorati figli del terzo millennio) non c’è male. Ma, a parte la serata inaugurale di una stagione, i teatri d’opera italiani ospitano assai raramente nuove partiture anche durante la stagione, a differenza degli altri teatri europei e mondiali: negli Usa, dove oltre tutto i teatri sono privati, è tradizione di proporre al pubblico ogni anno almeno un’opera nuova. Il pubblico accorre, gradisce. O, se dissente, è solo perché la singola opera non gli è piaciuta, non perché sia un’opera contemporanea. A Roma, la sera dell’inaugurazione, sulla scena s’è visto il Julius Caesar di Giorgio Battistelli, libretto di Ian Burton, dalla tragedia di Shakespeare: al momento dei saluti degli artisti, oltre agli applausi, convinti e fragorosi (tranne qualche eccesso di osanna urlanti da parte di rumorosi e scomposti scalmanati), si sono sentiti dal loggione sonori e inopportuni buu, giustificati solo dal fatto che la musica non fosse né Puccini né Verdi. Ma lo sapevano già prima, no? E dunque, perché venirci: per buare?

L’OPERA di Battistelli è partitura assai complessa, con una «tinta», per dirla alla Verdi – e vedete che anche qui Verdi ci può stare – assai cupa, tragica, quasi una riflessione musicale sull’infelicità della storia. Ma bisogna dimenticare Shakespeare, la sua complessa dialettica di ragioni umane e morali. Burton, infatti, presenta il fantasma di Cesare, che nel secondo tempo rientra più volte, come la figura di un potente assatanato dalla sete di vendetta: «Presto saranno tutti morti / E la mia vendetta sarà completa!» dice lo Spettro. Shakespeare lo fa comparire una volta sola nella tenda di Bruto, ma soprattutto ne fa una figura perplessa, che cerca di capire anche le ragioni degli avversari, dei quali comunque diffida. Dalla musica, invece, sembra che se mai ciò da cui tutti sono posseduti è la smania di potere. Niente, apparentemente, che caratterizzi in maniera musicalmente particolare la battuta dello Spettro. Questa, almeno, l’impressione all’ascolto. Anzi, una patina cupa omologa tutti i personaggi. Più che la storia di Cesare, come del resto già in Shakespeare, la tragedia – Battistelli ha voluto lasciare la specificazione shakespeariana del genere – più che rappresentare il destino tragico di alcuni individui, mette in scena la tragedia della storia.Il regista, Robert Carsen, sembra assecondare questa idea. Il cadavere di Cesare condotto in scena avvolto nella bandiera italiana fa pensare che in quel cadavere siano raffigurati tanti, altri, troppi cadaveri della storia italiana (Moro, Borsellino, Falcone, gli ammazzati delle stragi?), ma anche, per estensione, della storia di tutti i popoli, ciascuno avvolto nella sua bandiera (Lincoln, Kennedy, Che Guevara?). Poi, però, anche Carsen cede alla raffigurazione autoritaria che Burton ci offre del personaggio di Cesare, e in qualche modo l’assassinio sembrerebbe così giustificato.

SEMBREREBBE: perché c’è pur sempre la splendida battuta di Antonio davanti al cadavere di Cesare: «O, perdonami, tu brandello insanguinato di terra, / se sono mite con questi macellai». La scena si monta e si smonta davati agli occhi degli spettatori, un muro, senato e casa di Cesare, un’impalcatura di ferro, i campi di battaglia. La compagnia è di una omogeneità ammirevole, un po’ troppo trumpiano il Cesare di Clive Bayley, ma teatralmente efficace. L’introverso Bruto è bene impersonato da Elliott Madore. Dominic Sedgwick presta la sua agile e duttile figura al politico Antonio. Un carme di Orazio è intonato dal coro festante dell’inizio. Ma a reggere tutte le fila c’è la concertazione lucidissima, intensa, partecipata, di Daniele Gatti. È lui che dello spettacolo ha fatto una serata indimenticabile. Repliche ancora il 27 e 28 novembre.




Fonte: Ilmanifesto.it