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In questi periodo di pagliacciate elettorali, a pochi giorni dal voto in Germania e da quelli in Italia, pubblichiamo un primo testo apparso sull’edizione speciale del giornale “Kanaille” per le votazioni 2021. A breve seguirà il secondo.

A questo indirizzo il link al testo originale: https://kanaille.noblogs.org/post/2021/09/11/was-waehlst-du/.

Tu per chi voti?

Manifesti con facce – anche se per lo più diverse – sono di nuovo appesi nelle strade, ma sempre con gli stessi slogan a effetto. Volantini di diversi partiti vengono ancora una volta infilati nelle vostre mani o nella vostra cassetta delle lettere. Ancora una volta, vengono mendicati “voti”. È tempo di elezioni… E i partiti e i politici sperano di poter convincere la gente e che la gente “metta la croce” su di loro. E quelli che vanno alle urne sperano di migliorare la loro situazione con il “loro voto”. Ma ciò che tutta la carta politica e il cartone nelle strade segnalano è soprattutto che i cittadini devono votare, o in altre parole: la partecipazione degli elettori è necessaria per la legittimità dello Stato!

La politica è inseparabilmente legata allo Stato. E viceversa, ogni Stato ha bisogno di una struttura che aiuti ad amministrare il popolo. La misura in cui poi uno Stato obbliga tutti o solo alcuni a “partecipare” alla politica dipende da vari fattori, ma sono sempre determinati dallo Stato che agisce come autorità centrale e raccoglie il potere. Ciò significa che in questo quadro, i problemi sociali possono essere risolti solo attraverso e con lo Stato. Dal punto di vista delle autorità, l’insoddisfazione per, ad esempio, la situazione abitativa o le condizioni di lavoro non devono quindi essere affrontate dalle stesse persone (colpite) – e se così fosse, al limite solo in una certa misura. Gli insoddisfatti invece devono rivolgersi al governo con petizioni o votazioni. La “conquista politica” – la democrazia, in nome della quale ci si dovrebbe sentire obbligati a “dare il proprio voto” – non permette di più. Si dà quindi il proprio voto a un partito e a un politico che, anche se agisse per convinzione, è sempre all’interno del quadro politico-parlamentare, dove il denaro e il proprio potere politico hanno maggiore importanza.

L’essenza della scelta politica (così come della politica stessa) è sempre prima di tutto il dominio, il potenziamento dello Stato. Risolvere i problemi sociali (attraverso la politica), è sempre secondario, prima viene la legittimazione dello Stato. Si tratta quindi di più poteri, divieti, regolamenti, ecc., poiché questo rende necessario e rafforza uno Stato, un governo e un’autorità. Ma come si può cambiare radicalmente la situazione degli alloggi se non si scuotono le relazioni di proprietà che sono indispensabili per lo Stato? Come si può combattere la precarietà e la povertà se si continua a rimanere nel quadro capitalista? Se si considerano solo le soluzioni offerte dall’economia sociale di mercato (sussidi di disoccupazione, salario minimo, ecc., gestendo così solo la povertà)? In sostanza, le “elezioni”, la politica, non risolvono i problemi, né tanto meno cambiano le condizioni sociali. I conflitti vengono semplicemente pacificati, amministrati e deviati. Se si condivide l’analisi che lo Stato e il capitale creano i problemi sociali fondamentali, allora è una farsa credere che la propria “crocetta” cambierà o migliorerà qualcosa, o addirittura altererà significativamente le condizioni. Non devono quindi sorprendere i socialdemocratici della SPD che parlano di “autodeterminazione” e poi elaborano misure repressive decisive contro i poveri, che il partito di sinistra Die Linke in Turingia sia coinvolto nelle deportazioni e così via…

Le elezioni politiche sono importanti solo per coloro che hanno già fatto i conti con il ruolo limitato del cittadino – e quindi anche con lo Stato come autorità assoluta; in altre parole, che hanno fatto i conti con il fatto che i problemi sociali devono essere risolti al tavolo politico. Perché decidendo di andare alle urne politiche, si decide che i conflitti sociali – la questione di “come vivere insieme?” – vengano sottratti alla “strada” (luogo dove tutti potrebbero partecipare attivamente) per venire discussi indirettamente al tavolo politico dai rappresentanti; nel posto riservato solo ai politici o a quelli che lo diventano. La convinzione che le questioni sociali, una volta monopolizzate dalla politica (o dallo Stato), potranno di nuovo tornare ad essere discusse sulla “strada” è assolutamente ingenua. E qui non sto nemmeno parlando di come i conflitti sociali vengono pacificati dalla politica in modo che non pongano più problemi radicali o costituiscano una minaccia alle condizioni esistenti.

Per quanto riguarda la questione sollevata nel titolo: per cosa votate (cosa scegliete)? Io scelgo lo scontro diretto sui problemi sociali, senza rappresentanza e senza scheda elettorale. Quindi non voto (nemmeno nei referendum), non tanto perché non mi interessa il teatro elettorale, ma perché sto deliberatamente lontano da qualsiasi elezione politica. Non solo è più incisivo quello che si fa lontano dalle urne. L’elezione politica ostacola una vita autodeterminata. Le elezioni contribuiscono a rafforzare l’idea di rappresentanza e di alienazione, che tu puoi dire qual è il problema, ma altri decidono qual è la soluzione migliore per te. Le elezioni rafforzano lo Stato e il capitale, che sono le cause alla base dei problemi sociali. Attraverso le elezioni, l’oppressione e lo sfruttamento (soprattutto di se stessi) continuano e vengono legittimati, indipendentemente dal partito che si vota.

Ciò che è in gioco, quindi, è una critica radicale delle elezioni, che rappresentano la metodologia piú importante per lo Stato per legittimarsi e rafforzarsi. Le elezioni sono l’essenza della realtà statale, quindi non potrebbero mai affrontare le cause (al massimo possono solo rendere i sintomi più sopportabili). Se si ha un interesse in un cambiamento reale e profondo, allora bisogna cercare dei percorsi lontani dalle elezioni, dalle votazioni e dalla rappresentanza e opporsi consapevolmente a questo teatrino elettorale.


Was wählst du?

In dieser Zeit des Wahlaffentheaters, nur wenige Tage vor den Wahlen in Deutschland und in Italien, veröffentlichen wir einen ersten Text, der in der Sonderausgabe der Zeitung Kanaille zur Wahl 2021 erschienen ist. Die zweite wird in Kürze folgen.

Hier ist der Link zum Originaltext: https://kanaille.noblogs.org/post/2021/09/11/was-waehlst-du/.

Was wählst du?

In den Straßen hängen wieder Plakate mit – wenn auch meistens anderen – Gesichtern, jedoch den immer gleichen plakativen Sprüchen. Flugblätter unterschiedlicher Parteien werden einem wieder mal in die Hand gedrückt oder in den Briefkasten geworden. Aufs erneute wird um „Stimmen“ gebuhlt. Es sind Wahlen… Und die Parteien und Politiker*innen hoffen, dass sie überzeugen können und Menschen bei ihnen „ihr Kreuz“ machen. Und diejenigen, die zur Wahl gehen, erhoffen sich mit „ihrer Stimme“ ihre Situation zu verbessern. Was jedoch das ganze politische Papier und die Pappe in den Straßen vor allem signalisiert, ist, dass man als Bürger*in wählen gehen soll, oder anders: die Wahlbeteiligung ist notwendig für die Legitimation des Staates!

Politik ist unzertrennlich verbunden mit dem Staat. Und anders herum benötigt jeder Staat eine Struktur, die bei der Verwaltung der Menschen hilft. Inwieweit dann ein Staat alle oder nur wenige dazu verpflichtet an der Politik „teilzunehmen“, hängt von unterschiedlichen Faktoren ab, die jedoch immer dazu bestimmt sind, dass der Staat als zentrale Autorität fungiert und die Macht sammelt. Das bedeutet, dass in diesem Rahmen gesellschaftliche Probleme nur durch und mit dem Staat gelöst werden können. Die Unzufriedenheit bspw. über die Wohnungssituation oder Arbeitsbedingungen darf daher aus Sicht der Autoritäten nicht von den (betroffenen) Menschen selbst angepackt werden – wenn, dann nur zu einem gewissen Maße. Die Unzufriedenen müssen sich stattdessen mit Unterschriftenlisten oder Wahlzetteln an die Regierung richten. Mehr lässt die „politische Errungenschaft“ – die Demokratie, in deren Namen man sich verpflichtet fühlen soll seine „Stimme abzugeben“ – nicht zu. Man gibt die eigene Stimme dann einer Partei und Politiker*in, die sich auch, selbst wenn sie aus Überzeugung handelt, immer innerhalb des politisch-parlamentarischen Rahmen befindet, bei der Gelder und eigene politische Macht von größerer Bedeutung sind.

Die Essenz der politischen Wahl (wie auch der Politik) ist in erster Linie immer die Herrschaft, bzw. den Staat zu ermächtigen. Die Lösung von gesellschaftlichen Problemen (durch die Politik), ist immer zweitrangig, eben nach der Legitimation des Staates. Daher geht es um mehr Befugnisse, Verbote, Regulierungen, usw., da dies einen Staat, Herrschaft und Autorität notwendig macht und bestärkt. Aber wie kann man die Wohnungssituation grundlegend verändern, wenn man nicht die Eigentumsverhältnisse, die für den Staat unerlässlich sind, erschüttert? Wie kann man prekäre Lebenssituation und Armut bekämpfen, wenn man weiterhin im kapitalistischen Rahmen bleibt? Wenn man nur die Lösungen in Betracht zieht, welche die soziale Marktwirtschaft bietet (Arbeitslosengeld, Mindestlohn, usw. also lediglich die Armut verwaltet)? Grundsätzlich werden durch „Wahlen“, die Politik, keine Probleme gelöst, geschweige denn, gesellschaftlichen Verhältnisse verändert. Es werden lediglich Konflikte befriedet, verwaltet und verlagert. Wenn man die Analyse teilt, dass Staat und Kapital die fundamentalen sozialen Probleme schaffen, dann ist es eine Farce zu glauben, dass man mit seinem „Kreuzchen“ etwas ändert oder verbessert, oder gar grundlegendes an den Verhältnissen ändert. Es sollte daher nicht überraschen, dass eine SPD zwar von „Selbstbestimmung“ redet, jedoch maßgebliche repressive Maßnahmen gegen arme Menschen ausarbeitet; dass die Partei die Linke in Thüringen an Abschiebungen beteiligt ist und so weiter…

Politische Wahlen sind bloß für diejenigen wichtig, die sich bereits mit der beschränkten Rolle der Bürger*in – und somit auch den Staat als ultimative Autorität – abgefunden haben; also sich auch damit Abgefunden haben, dass gesellschaftliche Probleme am politischen Tisch gelöst werden sollen. Denn durch die Entscheidung zur politischen Wahl zu gehen, entscheidet man sich, dass die gesellschaftlichen Konflikte – die Frage „wie zusammenleben?“ – der „Straße“ (an der sich jede*r direkt beteiligen kann) entrissen wird und lediglich am politischen Tisch indirekt durch Repräsentant*innen diskutiert werden soll; an dem Platz der nur Politiker*innen vorbehalten ist oder denen, die zu ihnen werden. Der Glaube, dass gesellschaftliche Themen, die einmal von der Politik (bzw. dem Staat) vereinnahmt wurden, wieder auf die „Straße“ gelangen, ist schlichtweg naiv. Und hier spreche ich nicht mal davon, wie soziale Konflikte von der Politik befriedet werden, so dass sie keine radikalen Fragen mehr stellen oder keine Gefahr mehr für die bestehenden Verhältnisse darstellen.

Zu der in der Überschrift aufgeworfenen Frage: Was wählst du? Ich wähle die direkte Auseinandersetzung mit sozialen Problemen, ohne Repräsentation und ohne Stimmzettel. Ich gehe also nicht wählen (auch nicht zu Volksentscheiden), dies nicht, weil mir das Wahltheater egal ist, sondern ich bleibe bewusst jeglicher politischen Wahl fern. Es ist nicht nur entscheidender was man Abseits der Urne macht. Die politische Wahl steht einem selbstbestimmten Leben entgegen. Wahlen tragen dazu bei, dass die Idee der Repräsentanz und die Entfremdung gestärkt wird, dass man zwar sagen kann was das Problem ist, jedoch andere entscheiden was für einen die bessere Lösung ist. Wahlen stärken den Staat und das Kapital, welche grundlegende Verursacher gesellschaftlicher Probleme sind. Durch die Wahlen geht die (u.a. eigene) Unterdrückung und Ausbeutung weiter und wird legitimiert, egal welche Partei man wählt.

Es geht also um eine grundlegende Kritik an Wahlen, einer so wichtigen Methodik des Staates, um sich zu legitimieren und zu bevollmächtigen. Wahlen bleiben immer innerhalb der Staatlichkeit, also können sie die Ursachen niemals bekämpfen (bestenfalls nur die Symptome erträglicher machen). Wenn man ein Interesse an realer oder auch tiefgreifender Veränderung hat, dann muss man Pfade fern ab von Wahlen, Stimmzetteln und Repräsentanz suchen und diesem Wahltheater bewusst entgegenstehen.




Fonte: Malacoda.noblogs.org