Giugno 21, 2021
Da Hurriya
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Dieci anni dopo la rivoluzione del 2010, in Tunisia si continua a lottare contro le violenze poliziesche e un sistema politico che continua a utilizzare la repressione come unico strumento utile a tenere a bada la collera sociale.
L’8 giugno scorso Ahmad Ben Ammar, un uomo di 32 anni di Sidi Hassini, un quartiere della periferia di Tunisi, è morto mentre si trovava in custodia di polizia. Il suo corpo era pieno di ferite e segni di violenza. Il giorno dopo il suo decesso, a margine delle manifestazioni di protesta, un altro giovane ragazzo, Fadi, di 15 anni, è stato aggredito, denudato e pestato dalla polizia. Il video della violenza ha generato un’ondata di proteste, presto diventate una vera e propria rivolta, nei quartieri di Ettadhamen, d’Intilaka e Sidi Hassine, così come in altre città del paese. A unire gli scontri che sono andati avanti per più di una settimana un unico comune denominatore: la sigla ACAB (All cops are bastards).

La violenza poliziesca è un problema sistemico nella Tunisia post-rivoluzionaria. Lo scorso gennaio, in occasione dell’anniversario della rivoluzione, la collera è esplosa in violenze e scontri in diverse città del paese. Alla base delle proteste, l’ennesimo assassinio di Stato, un pastore della città di Siliana, tra Tunisi e Sousse, ucciso dalla polizia. Kasserine, Sidi Bouzid, e qualche giorno dopo Bizerte, Tebourba et Sousse, le periferie di Tunisi e persino l’avenue Bourghiba, hanno visto numerosi giovani e molti minori battersi contro polizia e militari con una intensità tale da ricordare i giorni della rivoluzione del 2011. I manifestanti hanno riportato al centro dell’attenzione la realtà di un paese ormai da anni in piena crisi socio – politica.

L’inizio del mese di giugno ha corrisposto all’aumento del prezzo dello zucchero e dei trasporti pubblici, che si sono aggiunti a quelli dell’acqua potabile e del latte, generando proteste in alcune città del paese. Ma questi sono solo gli ultimi di una serie di aumenti che sono andati di pari passo con la crescita della disoccupazione e al blocco dei salari (110 euro di media). Le politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare il debito pubblico e impoverire la popolazione condannando giovani e adulti alla precarietà, al lavoro nero e all’emigrazione. I negoziati in corso per ottenere un prestito di 3,3 miliardi di euro dal FMI sono solo l’ultima tragica scelta politica che avrà delle conseguenze disastrose sulle persone non abbienti come dimostrato in altri paesi dell’area (soprattutto per ciò che concerne il taglio dei sussidi di Stato su energia, petrolio e alimenti).

La giustizia sociale, uno degli slogan della rivoluzione del 2011, è al cuore delle proteste che periodicamente si verificano nelle periferie urbane delle grandi città o nelle aree più marginali del paese. Chi protesta denuncia le ineguaglianze economiche e sociali che la rivoluzione non è stata in grado di eliminare aumentando il solco tra delle élites arroccate nelle loro posizioni di potere e nuove generazioni vittime di politiche pianificate volte all’emarginazione. Disoccupazione, vulnerabilità, discriminazione, violenza, forme di dominazione cumulative e intersecate, marginalizzazione economica e sociale, ghettizzazione degli spazi sono gli elementi contro cui una generazione eteroclita di giovani ha deciso di lottare. La reazione alle violenze poliziesche di gennaio, come quella di questi giorni, rappresentano dei veri e propri atti di ribellione contro tutto il sistema politico
(forze islamiste incluse) che basa la sua legittimità su tre elementi : uso incondizionato della violenza e completa autonomia degli organi di polizia; messa in scena elettorali; sostegno della comunità internazionale. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per comprendere come dal Marocco all’Algeria, dall’Egitto al Sudan, i movimenti di contestazione contro i sistemi di potere in carica fatichino ad affermarsi o siano brutalmente repressi. In effetti, il sostegno tecnico e materiale europeo alle forze di sicurezza tunisine viene giustificato dalla lotta al terrorismo o in maniera particolare negli ultimi tempi dal contrasto all’emigrazione. A partire dal 2015, l’Unione Europea ha concluso una convenzione di finanziamento con il ministero degli Interni tunisi o d’appoggio alla riforma e alla modernizzazione del settore della sicurezza, per 23 milioni di euro. Anche i governi italiani da anni stanziano fondi per il controllo delle frontiere tunisine. Il più recente finanziamento è del dicembre 2020, con 8 milioni di € destinati alla manutenzione delle motovedette della guardia costiera.

I/le giovani tunisin* sono stretti tra la disoccupazione e la repressione nel proprio paese, e l’impossibilità di emigrare altrove legalmente. L’ultimo anno e mezzo è stato un periodo record per il numero di persone fermate in mare dalla guardia costiera. Dal 1° gennaio al 15 giugno sono state 6.659 le persone fermate mentre cercavano di emigrare, arrestate dalla guardia costiera, e 2.817 gli arrivi in Italia. Almeno un centinaio di persone sono morte o disperse quest’anno lungo la rotta Tunisia-Italia.
Il governo tunisino si è non solo dimostrato indifferente alle decine di connazionali morti o dispersi negli ultimi mesi nel Mediterraneo o all’arrivo in Europa, che i familiari continuano a cercare disperatamente, ma è anche complice della detenzione di migliaia di altri tunisini nei lager europei e della loro deportazione di massa.




Fonte: Hurriya.noblogs.org