Ottobre 12, 2021
Da Il Manifesto
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«La rabbia è sin dall’inizio sia malattia che metafora, un groviglio di significati e rimandi dove medicina e politica, sapere e potere sono avviluppati irrimediabilmente».
Così Franco Palazzi nelle prime pagine del suo ultimo lavoro La politica della rabbia. Per una balistica filosofica, edito da Nottetempo (pp. 300, euro 15). Con uno sviluppo che ripercorre la storia sociale europea del termine, l’autore costella il volume di storie di vita. Per esempio, ci sono Angela Davis e Valerie Solanas, entrambe «femministe arrabbiate», detenute nelle sezioni dedicate alle persone «mentalmente instabili».
Palazzi propone il concetto di «balistica della rabbia» come lente focale di analisi: «balistica» in quanto paragone e metafora, ossia per studiare provenienza e direzione di quel furore, ma anche per stabilirne le potenzialità nel raggiungimento dell’obiettivo. «Allo stesso modo di una rabbia politicamente radicale – scrive Palazzi – dovremo chiedere se abbia delle chance di far fronte a possibili risposte reazionare, o ancora quale sia il modo migliore per esprimerla».

A PARTIRE da queste premesse, il volume è colmo di riflessioni pungenti e mai estemporanee: sono calate in una storia globale di ribellioni, rivolte, insurrezioni, di proteste e disobbedienze. Seguendo una temporalità diacronica, si sovrappongono vicende in cui la rabbia è il minimo comune denominatore.
Molteplici le sue declinazioni: il ribaltamento delle fioriere a Firenze, dopo l’omicidio di Idy Diene il 5marzo 2018; l’azione di Non Una di Meno, l’8 marzo 2019 a Milano, contro la statua di Indro Montanelli; la rivolta di Tottenham, il 4 agosto 2011, in seguito all’uccisione del ventinovenne nero Mark Duggan ad opera della polizia; e ancora, sull’altra sponda dell’Atlantico, le pratiche delle militanti femministe di Cell 16 tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta e le rivolte antirazziste di Los Angeles nel 1992.

Ne emerge un quadro poliforme e molteplice in cui il punto non è teorizzare il soggetto, ma la «costitutiva non- autosufficienza del soggetto, il suo venire costantemente ‘fatto e disfatto’ nel rapporto con l’altro da sé».

LA SECONDA parte del libro è centrata sui «franchi tiratori», ossia su figure dell’attivismo che «alla franchezza della parresia antica hanno saputo combinare la rabbia di una balistica cinica». La prima è Valerie Solanas, femminista che scrisse – tra il 1965 e il 1967 – il Manifesto Scum. Il testo sosteneva «la necessità di rovesciare il governo, di eliminare il sistema monetario, di introdurre la piena automazione e soprattutto di distruggere il sesso maschile». Palazzi legge questo tracciato biografico alla luce delle parole di Sara Ahmed su Solanas: feminist killjoy, ossia la guastafeste femminista, colei che rende visibili i cattivi sentimenti che vengono nascosti, rimossi, o negati».
A Malcolm X è dedicato il secondo capitolo. Sono ricostruite le vicende del leader afroamericano tra il rigore per i precetti dalla Nation of Islam, la sua uscita dall’organizzazione nel 1962 e il viaggio in Africa e Medio Oriente che gli permise di conoscere altri contesti sociali e religiosi. «Smessi i panni dell’incendiario, Malcolm X aveva imbracciato gli strumenti di precisione del cecchino», suggerisce l’autore.

IL RIFERIMENTO è alla capacità di instaurare rapporti dialogici con Martin Luther King e con i movimenti radicali e moderati, di essere centrale – e per questo pericoloso – negli equilibri non solo americani, ma mondiali. «Il leader che più facilmente avrebbe potuto far esplodere la violenza era anche l’unico in grado di scongiurare una rivolta se lo avesse ritenuto opportuno, perché persino gli elementi più violenti della protesta confidavano nel suo giudizio».
Il terzo percorso riguarda Audre Lorde, la parola poetica come arma «contro l’ingiustizia ermeneutica». La concezione materiale della poesia, derivante dal posizionamento di Lorde, rompe la «tirannia del silenzio» attraverso il principio della vita vera. «Aveva in mente la creazione, all’interno dei movimenti che si battono contro una o più forme di oppressione, di un ecosistema abbastanza solido da poter accogliere manifestazioni di rabbia erotica, nelle quali adirarsi costituisce un gesto di cura per chi si ha di fronte», spiega Palazzi. Arrabbiarsi, cioè, indica il non essere indifferenti, il saper indirizzare il messaggio per sovvertire lo sviluppo normato delle relazioni.
La terza e ultima parte del volume è intitolata «Togliere la sicura». Dapprima, viene analizzato il movimento Ni Una Menos nelle sue molteplici declinazioni; poi, nelle conclusioni, si riannodano i tanti fili che hanno attraversato il libro e si riaprono interrogativi e prospettive future per una mobilitazione radicale, a partire dall’ambiente.




Fonte: Ilmanifesto.it