Novembre 18, 2021
Da Il Manifesto
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Il manifesto cinematografico, il cartellone dipinto, sfumato o chiaroscurato, anche solo le fotobuste che anni fa manipoli di appassionati rincorrevano per collezionarli, depositarli nel santuario delle loro stanze per farne feticci plasticosi da guardare e toccare nell’illusione di toccare l’immaginazione stessa, il sogno quintessenziale del cinema, non sono mai stati qualcosa di passivo, di fissato sulla carta una volta per tutte, ma hanno letteralmente creato i personaggi e i luoghi cinematografici, prima ancora che li si vedessero nei film. A volte si restava trasognati di fronte a un cartellone fuori dal cinema, che prometteva avventure di ogni tipo, erranze interstellari, torbidi amplessi con ginoidi fatti di carne e intrichi di cavi, umori di siliconi; o drammi trascendenti, storie d’amore piene di struggimenti e ritorni, e una volta in sala si rimaneva delusi perché le cose viste sullo schermo erano solo un vago riflesso della loro versione dipinta. Anzi sembrava proprio che il film fosse il tentativo disperato dei personaggi e dei luoghi, delle scenografie – di tutta una prossemica delle cose – di avvicinarsi il più possibile al visibilio di quelle locandine.

ALTRE VOLTE invece quelle immagini dispiegate sullo schermo erano la conferma semovente della suggestione presagita dalle sagome disegnate, saturate di colori sui cartelloni, nelle fotobuste, in ogni sorta di pieghevole pubblicitario. Jena Plissken, Trinità, il Conte Mascetti, Giordano Bruno, e poi la prateria immensa di Balla coi lupi, il deserto torrido, malarico di Un te nel deserto, ecc., sono esistiti sulla carta, sul manifesto fuori dal cinema prima ancora che sullo schermo, e vi esistono ancora in quella dimensione sospesa, di iterazione continua, ossessiva, di vita spettrale che è il cinema, per cui tu prendi dallo scaffale un dvd – o meglio un Blu Ray – , premi play sull’accrocco che allora sibila ed ecco la vita che ti si para d’avanti sempre uguale eppure sempre nuova, imprevista, luminosa come ogni volta.

SPAZI, CARTOGRAFIE, personaggi che il più delle volte nascevano dall’ispirazione e dal tratto di Renato Casaro, trevigiano emigrato a Roma negli anni Cinquanta, quando la capitale era il centro delle produzioni cinematografiche internazionali. Qui Casaro diviene illustratore per il cinema, cartellonista tra i più apprezzati, anche negli Stati uniti, che in effetti di recente gli ha dedicato spazio sulle pagine del New York Times, del resto partendo dalle mostre delle sue opere che negli ultimi tempi si sono moltiplicate e da un documentario, L’uomo che dipinse il cinema di Walter Bencini, che ne traccia la storia attraverso le voci di registi, produttori, critici e alcune delle sue più famose illustrazioni, che il regista fa muovere attraverso rudimentali animazioni esplicitando quel senso attivo, creativo intrinseco al tratto, lo sfaglio della figura fissa, come rappresa nella carta, implicito ai suoi stessi contorni consegnati all’immobilità e ai colori cagliati dentro eppure in qualche modo fermentanti, tracimanti.
Ora a Bari la Mediateca Regionale Pugliese – la cui dote di manifesti cinematografici di vario formato è stimato in circa trentatremila tra cartelloni di grande formato, locandine, fotobuste – dedica a Casaro quattro serate dal titolo I colori del cinema che si chiuderanno il 3 dicembre con la proiezione del film di Bencini e una conversazione tra il regista, Casaro stesso e alcuni critici cinematografici provenienti da varie riviste tra cui «Uzak», «Nocturno», «Duels», «Cineforum» ecc.. Insomma, quello che si direbbe un ritorno di militanza (ci saranno, tra gli altri, Davide Di Giorgio, Massimiliano Martiradonna, Anton Giulio Mancino, Domenico Saracino), cui occasione è il manifesto e le sue animate, inanimate inferenze. L’idea di fondo sarebbe quella per cui è nel cinema di genere, applicato a questo universo fantoccesco, fantastico, che l’aspetto evocativo del manifesto cinematografico – e tanto più quello di Casaro – si rivela più compiutamente, come fosse un diorama da cui si protraggano al di fuori del quadro, i tentacoli, le protesi occhiute, ipnotiche delle forme ferme, tutto un carcame semovente, immaginifico, che è il senso stesso del feticcio, quindi del gioco e di ogni simulacro.

SI PARTE oggi con il Godzilla di Ishiro Honda (1953) intorno a cui costruire una sorta di filologia del cinema godzilliano e un abbozzo di storia della fantascienza «analogica»; poi, il 24, percorrendo trasversalmente i generi, il film sull’autore che forse più di tutti ha praticato l’esaltazione da scena – nella sua prossemica, nella sua carne di plastica e plasma –, l’estasi da osceno, Inferno rosso: Joe D’Amato sulla via dell’eccesso di Gomarasca e Zanin, già presentato alla scorsa Mostra di Venezia. A chiudere il trittico, prima della serata finale con Casaro, il 26 Quella villa accanto al cimitero di Lucio Fulci: visibilio, sabba di sangue, orgia e orografia in celluloide.




Fonte: Ilmanifesto.it