Gennaio 13, 2022
Da Il Manifesto
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C’è un giallo nato qualche giorno nella provincia afgana di Nangarhar lungo la Durand Line, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan. Riguarda l’uccisione di uomo che rischia di complicare la già fragilissima trattativa tra i cosiddetti «talebani pachistani» e il governo di Islamabad, in stallo ormai dalla fine della tregua il 9 dicembre scorso.

Un giallo e uno stallo cui stanno cercando di rimediare proprio i Talebani con la t maiuscola, i fratelli pashtun che ormai comandano a Kabul (è di lingua pashto la comunità di riferimento dei talebani sia in Afghanistan sia in Pakistan, dove sono chiamati pathan).

Il giallo comincia il 10 gennaio quando inizia a circolare la notizia dell’assassinio di Khalid Balti, meglio conosciuto come Mohammad Khorasani e già portavoce del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), cartello di gruppi jihadisti pashtun a geometria variabile.

Khalid Balti, che sarebbe stato ucciso da uno sconosciuto almeno il giorno prima, non è un personaggio qualunque: tanto per cominciare, come dice il nome, viene da un’area non pashtun e dove la maggioranza non è omogenea, con un mix di culture religiose tra le più diverse in Pakistan, tra cui sciiti e ismaeliti. Ma l’uomo del Gilgit Baltistan viene probabilmente accettato perché è un mufti, ossia un giurista cui compete anche emanare fatwa, pareri non vincolanti ma di rilievo in materia di sharia. Tra l’altro, benché la regione non sia turbolenta, confina pur sempre con l’Azad Kashmir, zona di guerra e base di attività guerrigliere.

Khalid Balti diviene portavoce del Ttp in sostituzione di Shahidullah Shahid (nel 2014 espulso per le sue simpatie con lo Stato islamico e poi ucciso), ruolo in seguito attribuito ad altri. Il 2014 è anche l’anno dell’operazione Zarb e Azb, che l’esercito di Islamabad scatena in giugno nel Waziristan, e Balti se ne deve andare. Passa in Afghanistan da dove svolge un ruolo di coordinamento delle azioni in Pakistan ma presumibilmente anche un lavoro importante di relazioni con i Talebani afgani.

Sulla sua morte hanno aperto un’inchiesta sia il governo sia il Ttp (che ieri l’ha confermata e aveva già chiarito che il portavoce attuale, pur sempre con nome de guerre Khorasani, è vivo e vegeto). Non sapendo chi lo ha ucciso ci si domanda a chi possa servire la sua morte in un momento tanto delicato: la trattativa tra Ttp e Islamabad, favorita da Kabul.

Non è la prima volta che il Ttp parla col governo ma la trattativa del febbraio 2014 si arena presto.

L’operazione Zarb e Azb fa il resto (a luglio ha già creato un milione di sfollati). A sorpresa, nell’ottobre scorso i colloqui riprendono e arrivano a una tregua che scatta l’8 novembre per scadere dopo un mese ma senza essere rinnovata. Le accuse reciproche si sprecano e le armi tornano a cantare. Ma gli artefici del negoziato, i Talebani afgani, non restano con le mani in mano. Per Kabul una tregua tra Ttp e Islamabad significa guadagnare punti e restituire favori.

Ma anche controllare un movimento pachistano ancora più eterogeneo di quello afgano, con schegge impazzite alcune delle quali passate allo Stato islamico mentre altre si sono associate al progetto di Al Bagdadi per poi far ritorno nel Ttp. Non è un dietro le quinte: l’’inviato di Kabul per il Pakistan, sardar Ahmed Khan Shakib, ha appena dichiarato che i Talebani stanno facendo il possibile per riattivare il tavolo negoziale in uno stallo pericoloso.

Della vicenda si occupano commissioni paritetiche dei due governi che, oltre al dialogo col Ttp, hanno sul tavolo anche l’annoso contenzioso sulla frontiera. E sul loro territorio, i Talebani sono stati chiari, non permetteranno santuari esterni che possano mettere in difficoltà Kabul.




Fonte: Ilmanifesto.it