Ottobre 26, 2021
Da Il Manifesto
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Un tempo, il padiglione Zac era il binario centrale e nei capannoni intorno doveva esserci un gran trambusto perché lì si assemblavano vagoni di treni (prima ancora mobili decò della celebre fabbrica Ducrot, che convisse con un’azienda per gli aerei e poi con le costruzioni ferroviarie). Oggi l’area ha il fascino di quei territori di archeologia industriale, tra muri scrostati e edifici restaurati in cui d’improvviso circola di nuovo la vita. Così, fra l’Accademia di belle arti, una sala lettura che porta il nome di Gramsci, gli uffici di Legambiente, la sala cinema, un bellissimo caffè «abitato» dagli studenti con i loro libri e computer e una popolazione vagabonda di gatti, i Cantieri culturali alla Zisa di Palermo diventano ZACentrale, grazie al progetto che rivitalizza le sue radici, sorta di «presidio permanente» della Fondazione Merz di Torino. Un accordo triennale con la città rimodula e ricrea infatti lo spazio palermitano (cui si accederà gratuitamente) e lo destina a esplorazioni artistiche che, nel volgere dei mesi, si contamineranno fra di loro a scatola cinese, accogliendo musica, teatro, esposizioni, talk. E, oltre al calendario di programmi educativi per le scuole, si festeggia anche la nascita della biblioteca d’arte Talea con 483 volumi ma aperta a donazioni private.

Alfredo Jaar all’entrata del padiglione

LA RIPARTENZA è affidata a una mostra che guarda verso L’altro, lo stesso (visitabile fino al 27 marzo 2022), con la cura di Beatrice Merz e Agata Polizzi la quale spiega, con una rigogliosa metafora boschiva, che «si procederà attraverso una serie di innesti arborei intorno ad alcune opere della Fondazione torinese». L’idea è che ogni installazione possa essere un elemento centrifugo, come una pianta in rapida crescita. «È un ragionamento sulle arti, un percorso che si apre al viaggio, allo spostamento, un’esperienza da porre in collegamento con la natura, le sonorità e le parole del mondo». Padre putativo di questa avventura è Jorge Luis Borges, cui ci si affida dando fiducia alla sua visionarietà dinamica, basti pensare alla mobilità concettuale del labirinto da lui così profondamente esplorato. In fondo, spiraliforme e in evoluzione continua è anche la «strada trasparente» della chiocciola che vediamo seguire da Mario Merz nel suo storico video (riproposto in mostra insieme ai tentativi di volo di De Dominicis, la conta di Marisa Merz, l’impossibile misurazione dei confini del mare sulla battigia di Lawrence Weiner) e pure nell’installazione centrale alla Zisa che costituisce, con i suoi tavoli, un fulcro propulsore dell’itinerario immaginato dalle curatrici. La rassegna, allora, è un cammino che – ne sono convinte Beatrice Merz e Agata Polizzi – fa tesoro dell’etimo che scorre parallelo in coltura e cultura: «l’arte se considerata nutrimento da coltivare e far crescere ritrova il proprio senso più autentico, quello di bene comune da condividere».

LA POTENZA della natura e il suo misterioso linguaggio è al centro del filmato dell’americana Joan Jonas (incorniciato da un teatrino come fosse una lanterna magica). Moving off the Land II – Whale (2019) è quasi ipnotico con la sua narrazione degli abissi oceanici, acquari e sue creature. La riflessione sconfina dall’oggetto indagato per trasformarsi in un immaginario in continua metamorfosi.
Rosa Barba (nata ad Agrigento nel 1972, vive e lavora a Berlino) invece si concentra su coloro che sopravvissero all’eruzione del vulcano Vesuvio del 1944 (The Empirical Effect). Come in una gigantesca e collettiva coreografia, ognuno di loro si muove nella quotidianità e, fra i gesti anonimi della vita, si abbandona anche alla ritualità della messa in scena di un’evacuazione mai avvenuta realmente. La topografia di quelle esistenze è però fragile e sempre ancorata al ricordo del pericolo imminente.
Nel suo lavoro incessante intorno ai temi della guerra e della violenza, l’afghana Lida Abdul (1979) ha inserito anche le cento fotografie di passaporti trovate durante uno dei suoi viaggi, tutte scattate durante gli anni del conflitto nel suo paese (Time, Love and Workings of Anti-Love, 2013). L’installazione che ne consegue è una elegia del tempo sospeso e colloca quei volti sul limite della sparizione, in una precarietà che si ostina a resistere all’oblio.

AD ACCOGLIERE il pubblico nel padiglione di Zac (in entrata o in uscita, secondo preferenza) campeggia poi la profetica frase di Gramsci, opportunamente rivisitata dal cileno Alfredo Jaar. Una frase che da anni fa il giro delle nostre strade e dei musei del pianeta, stimolando uno stato di allerta persistente: «Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri».




Fonte: Ilmanifesto.it