Ottobre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Le fonti medievali su san Francesco – in grande contraddizione fra loro – dicono assai poco prima della sua definitiva conversione. La madre lo aveva fatto battezzare con il nome di Giovanni ma il padre, il ricco mercante di stoffe Pietro di Bernardone, di ritorno da uno dei suo viaggi in Francia nei quali avrà portato spesso con sé il figlio, cominciò a chiamarlo Francesco, come a dire «il francese»: quel soprannome piacque anche a chi lo portava, cosciente di essere destinato a segnalarsi e a distinguersi dai coetanei. L’appellativo sembrò assai appropriato anche agli assisani per il ricorrere spesso da parte del futuro santo alla lingua francese e per l’ammirazione da lui professata leggendo in quella lingua le avventure dei prodi e squisiti cavalieri, esaltati nelle canzoni di gesta e nei romanzi di re Artù e dei paladini della tavola Rotonda. In questi testi si dispiegavano le virtù che idealmente a loro appartenevano: la prodezza nel combattere, la generosità, la cortesia nei modi, l’amore, anche a costo di temendi sacrifici, per una bella dama.
Tutte le volte che Francesco ricorre al francese è perché si trova in un momento di disagio psicologo, deve mettersi alla prova, umiliarsi di fronte ai compagni di un tempo, lasciarsi insultare. Francesco, credo, ricorre allora alla lingua attraverso la quale aveva appreso le virtù del coraggio, prendendo a modello le virtù eroiche di cavalieri e paladini: Franco Cardini enumera e commenta con finezza i vari episodi nel suo L’avventura di un povero cavaliere del Cristo Frate Francesco, Dante, Madonna Povertà (Laterza «i Robinson/Letture», pp. X-407, euro 24,00).
Divenuto adulto, Francesco, pur essendo molto abile nella sua professione, non voleva continuarla e passare la vita in un fondaco fra stoffe e prestiti a usura, come il padre, nella piccola Assisi. Voleva salire nella scala sociale: essere addobbato cavaliere per i meriti acquisiti in guerra e sposare una dama bella e nobile. Quando le fonti ce lo fanno conoscere è tutto teso a perseguire il suo sogno e per questo a segnalarsi per prodigalità organizzando banchetti e festini, capo di una brigata di amici, a vestire nel modo più costoso e sontuoso possibile, a comportarsi e conversare sempre in modo gentile secondo i canoni dell’ideologia cavalleresca. Sta per partire con un nobile di Assisi il quale a sua volta era in procinto di recarsi in Puglia per combattere dalla parte di Innocenzo III, nella speranza, Francesco, di essere creato cavaliere per i meriti acquisiti in guerra. Cardini enumera le molte circostanze in cui i gesti e le decisioni di Francesco hanno il corrispettivo in situazioni occorse ai suoi «eroi di romanzi»; lascio a chi leggerà il libro il piacere di scoprirle, guidato dalla prodigiosa cultura dell’autore.
Francesco prima della partenza sogna anche un bellissimo castello abitato dalla sua sposa e viene a sapere da una voce arcana che è tutto suo e dei suoi cavalieri. Gli eventi si svolgeranno altrimenti perché Francesco capirà di non dovere seguire un signore terreno ma il Signore celeste, e dopo una lenta conversione di molti anni – per un uomo fatto era difficile mutare radicalmente vita – deciderà di dare definitivamente addio al suo programma, di diventare insomma il Francesco che conosciamo.
Il codice di valori dei cavalieri prodi e cortesi che nella giovinezza era diventato il suo ideale modello di comportamento lasciò però nel futuro santo un’impressione profonda. Cardini lo dimostra in modo molto convincente: Francesco rimase in cuor suo un cavaliere dedito a un progetto eroico smisurato, seppure mutato di segno, sicuro di essere al servizio dell’Altissimo e di essere stato, con i compagni, espressamente scelto, come ebbe a dire al cardinale Ugolino che voleva impedirgli di lasciare l’Italia: «Credete, signore, che Dio abbia inviato i frati soltanto per il bene di queste regioni? Vi dico in verità che Dio ha scelto e inviato i frati per il vantaggio spirituale e la salvezza delle anime degli uomini del mondo intero».
Divenuto frate, di fronte a quei confratelli che ritenevano più importante lo studio venendo meno allo stile di vita a cui si erano votati, di predicazione certo, ma anche di meditazione e di penitenza, si schiera a favore dei suoi frati, chiamandoli «cavalieri della Tavola rotonda che si appartano in luoghi disabitati e remoti per abbandonarsi con più amore all’orazione e alla meditazione, piangendo i peccati propri e altrui», proprio come in tanti romanzi di Chretien de Troyes i cavalieri affrontavano nei boschi una difficile vita errabonda di pericoli e avventure. Di fronte ai compagni che si gloriavano per il martirio di cinque loro confratelli come se essi stessi avessero subito il martirio, Francesco ammonisce seccamente che bisogna vantarsi non della gloria altrui ma di quello che si è davvero compiuto, come «Carlo imperatore, Orlando e Oliviero» che con le loro coraggiose imprese, offrendosi anche alla morte, hanno offerto un esempio ai cristiani.
Francesco che si fa trascinare mezzo nudo e tremante di freddo con la corda al collo fino alla pietra della gogna di Assisi perché, dichiara al pubblico attonito e commosso, ha mangiato un po’ di pollo durante la quaresima mentre era terribilmente malato, è molto vicino, nota Cardini, a Lancillotto che nel Chevalier de la charrette di Chrétien de Troyes per amore della sua dama si sottopone al disonore di un giro sul carro dei condannati alla gogna. Il santo, che era un grande comunicatore, ideò questo coup de théatre. Poiché però sono molti gli episodi individuati da Cardini nella vita del santo che hanno come modello di ispirazione situazioni di romanzi, c’è da sottolineare, mi pare, che cavaliere sotto il saio non è solo Francesco ma i compagni che hanno tramandato tali episodi; e non mi pare un caso che i primi compagni del santo appartenessero tutti a una classe sociale molto alta: nobile era Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani giurista era fratello del miles Tebaldo, cavalieri erano Masseo, Angelo e Tancredi (Rufino forse non era cavaliere ma era cugino della nobilissima Chiara che nella sua famiglia contava sette cavalieri «tucti nobili e potenti»).
Almeno nei primi tempi dunque Francesco poteva contare su una condivisa nostalgia della cavalleria, ancorché sublimata. Francesco e i frati che come cavalieri vanno in cerca della loro signora, Domina Paupertas nel poemetto, forse scritto proprio da Rufino, Sacrum commercium beati Francisci cum Domina Paupertate, si muovono perfettamente secondo il codice dell’amor cortese, origine del nostro modo d’amare ma che nasce da una situazione di adulterio come ha spiegato da tempo Georges Duby (un giovane celibe al servizio del suo signore cercava di conquistarne la moglie, una donna maritata, quindi inaccessibile, con un assedio estremamente pericoloso se scoperto, ma tanto più efficace nel processo formativo dell’aspirante cavaliere).
Francesco, nota Franco Cardini che al Sacrum Commercium dedica pagine assai originali (103-110), «ama una signora di rango più elevato del suo; anzi addirittura la Dama del suo Signore… Paupertas è pertanto domina di Francesco e dei suoi in quanto consorte del Dominus. Questo rapporto corrobora la lealtà profonda dei fideles, e lo stesso amore di ciascuno di loro o di tutti loro per lei ribadisce anziché comprometterlo il loro legame nei confronti del Signore. La linea è sottile, l’equilibrio pericoloso: ma appunto questo è il dato qualificante» (pp. 104-105). Un concetto ripreso da Dante (e al ritratto di Francesco fatto da san Domenico nel canto XI del Paradiso l’autore dedica molte interessanti osservazioni) quando esclama: «Oh ignota ricchezza, oh ben ferace. / Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo sì la sposa piace».
Il cavaliere Francesco scala agevolmente la montagna, la Croce, perché si è spogliato di tutto e raggiunge la sua Signora che a sua volta nuda si è stretta a Cristo crocifisso. Per Francesco la perfetta povertà permette di liberarsi delle pastoie del possesso, di tutti gli intralci esterni che impediscono la totale libertà di amare il prossimo, quell’amore che il santo dichiara nel Testamento di avere raggiunto quando il Signore lo condusse fra i lebbrosi. Mentre prima gli sembrava troppo amaro vederli, scrive, «usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo».
Ragioni di spazio non mi permettono di dare conto dei molti altri argomenti di grande interesse trattati dall’autore, per cui non mi resta che raccomandare una distesa e pronta lettura.




Fonte: Ilmanifesto.it