Gennaio 5, 2022
Da Oltre Il Ponte
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Pubblichiamo di seguito la traduzione dell’articolo “Ein Lehrer, wie der Herr Steurer” di Florian Kronbichler, recentemente pubblicato sul settimanale ff. Una conversazione fra lo storico sudtirolese Leopold Steurer e Martha Ebner, vedova di Anton Toni Ebner, deputato per la SVP dal 1948 al 1963 nonché direttore – dal 1951 – della casa editrice Athesia e – dal 1956 – del giornale Dolomiten.

Un incontro da cui emergono considerazioni e riflessioni preziose in relazione alla storia del Novecento in Alto Adige. Da una parte lo storico che più di chiunque altro si è adoperato per promuovere una consapevolezza storica critica delle responsabilità sudtirolesi in relazione agli anni del fascismo e dell’occupazione nazista, lontana dalla retorica imposta dalla Wehrmachtsgeneration della SVP e dal suo braccio editoriale Athesia, che voleva i sudtirolesi quali vittime e non carnefici, escludendo e calunniando sistematicamente ogni punto di divsta differente che, con gli anni andava emergendo. Dall’altra parte una donna che ha rappresentato l’establishment, si direbbe oggi, e la sua necessità di costruire condizioni politiche che favorissero in ogni modo possibile, l’unità della minoranza etnica tedesca del Sudtirolo di fronte al rischio – più o meno reale – di quella che il Canonico Michael Gamper nel 1953 definiva Todesmarsch del gruppo etnico tedesco di fronte alla maggioranza nazionale italiana. Unità che richiedeva un prezzo alto da pagare: il silenzio – pubblico e spesso privato – riguardo alle lacerazioni che il nazismo, la campagna per le Opzioni e l’occupazione nazista aveva prodotto nelle valli, nei paesi e nei masi sudtirolesi.

Prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo di Kronbichler, cogliamo l’occasione di ringraziare ancora una volta Leopold Steurer per il suo prezioso e fondamentale lavoro di ricerca che ci permette di studiare la storia dell’Alto Adige in modo critico, senza le nauseanti incrostazioni retoriche nazionaliste e propagandistiche accumulate per decenni. Grazie al suo coraggio di essere andato contro le strumentalizzazioni e le falsificazioni della politica, anche se ciò implicava un prezzo alto da pagare. Il tempo a volte è galantuomo. 

Un bel ritratto di Leopold “Poldi” Steurer. Foto presa da Salto.bz

“Un insegnante come Steurer”

Intervista di Florian Kronbichler – ff 41 (2021) 49, 14-24.

Lei ha vissuto il XX secolo, lui l’ha studiato. Lui ha appena compiuto 75 anni, lei ne farà presto 100. Sono su fronti contrapposti. Una conversazione tra lo storico Leopold Steurer e la grande dame di Athesia, Martha Ebner.

Martha Ebner e Leopold Steurer: un secolo vissuto incontra il suo studioso. È una delle ultime belle giornate d’autunno. Il fotografo Ludwig Thalheimer accompagna me e Leopold Steurer da Bolzano ad Aldino. Martha Flies Ebner ci aspetta a casa sua, a Grueb, che sembra un piccolo maso ma è uno chalet. Ho suggerito le 10, supponendo che gli anziani preferiscano il mattino. La signora Ebner ha risposto che per lei era indifferente. Ma che forse era preferibile: “Dovrete anche fare ritorno a casa”.

Ci aspetta una conversazione inedita. Come questa sia possibile, merita un antefatto. Dieci anni fa, in occasione del suo novantesimo compleanno, ho chiesto alla signora Ebner un’intervista-ritratto. All’epoca chiese tempo per pensarci, ne discusse con la sua famiglia e mi chiamò più tardi (ma in nessun caso troppo tardi) per dirmi di no. Me l’aspettavo. “Non la prenda sul personale” e “al centesimo allora!”.

Non ho avuto la prontezza di spirito di rispondere: io (io!) probabilmente non farò quest’esperienza. Ma ora sono tornato alla carica. L’occasione l’ha fornita il settantacinquesimo compleanno di Leopold Steurer. Ho pensato a quello che avrei potuto scrivere e mi sono ricordato del mio “credito” con la signora Ebner. L’ho ricordato anche a lei, al telefono: lei, la testimone presto centenaria, con lo storico contemporaneo, 75-enne-e-qualcosa! E la signora ha risposto: “Bene, facciamolo!”. La conversazione è durata due ore.

ff: Signora Ebner, lei ha vissuto il secolo scorso, signor Steurer, lei invece l’ha studiato: parliamo di cultura della memoria. Ne abbiamo una?

Martha Ebner: Noi, la mia generazione, abbiamo certamente una cultura della memoria. Ma ciò che conta è come siamo stati in grado di trasmetterla. Se la storia non è stata spiegata, o anche solo raccontata ai giovani, allora questo è un male.

Questo richiama immediatamente l’insegnante al dovere.

Leopold Steurer: In questo caso, mi sento interpellato come insegnante e come storico. Dal 1945 agli anni ’70, in Sudtirolo non è esistita una cultura della memoria degna di questo nome. Perché? Per via della cosiddetta generazione della Wehrmacht – Wehrmachtsgeneration, termine coniato da Claus Gatterer – che ha in gran parte affrontato il proprio passato rimanendo in silenzio. Si parlava solo del fascismo italiano e delle sue atrocità. Le sofferenze del Sudtirolo sotto il fascismo giustificavano tutto. L’Autonomia era la riparazione. Nell’opinione pubblica sudtirolese non si parlava d’altro.

Per quanto tempo, secondo lei, non se ne è parlato?

Steurer: Per me, una data concreta è il 1979, quando venne pubblicato il libro su Joseph Mayr-Nusser “Keinen Eid auf diesen Führer” di Reinhold Iblacker. Gli dava un fastidio pazzesco che l’argomento non venisse affrontato in Sudtirolo. Il libro non è stato pubblicato da Athesia, ma da Tyrolia a Innsbruck, e l’autore è un gesuita di Monaco. Questo dice molto.

Parole dure. Cosa ne dice, signora Ebner?

Ebner: Beh, io sono della stessa opinione. La situazione nel 1945 era che l’84% dei sudtirolesi aveva optato, mentre i Dableiber erano una piccola minoranza. E si sono subito detti: cosa facciamo adesso? Erich Amonn e i suoi compagni di lotta, tra cui il canonico (Michael Gamper, “Onkele” di Martha Ebner – NdR), anche se non si trovava lì ma a Roma, dissero che non serviva a nulla, noi Dableiber dovevamo comportarci come se nulla fosse successo. Non possiamo contraccambiare gli Optanti per quello che ci hanno fatto. Altrimenti, non ci sarebbe stata l’Autonomia. Gli americani dicevano comunque che fossero tutti nazisti. Per questo hanno detto: dimentichiamo tutto e finiamola qui.

Il “Lei net roglen!” [NdT: non rimestare il passato] di Silvius Magnago.

Ebner: È vero. È stato esattamente così. Lo slogan era: Lei net roglen! Non se ne doveva parlare. Anche nelle famiglie non se ne è parlato. Non solo in pubblico.

Nemmeno nella sua famiglia?

Ebner: No. Le faccio un esempio: dall’asilo avevo un’amica. Lei aveva optato, io no. C’è stato silenzio radio fino al 1945, poi ci siamo riunite di nuovo, abbiamo vissuto nella stessa casa per 40 anni. E non abbiamo mai parlato delle Opzioni, mai. Mai una parola. Solo dopo la rappresentazione dello spettacolo teatrale sulle Opzioni del Vereinigte Bühnen Bozen, nel 2019, è venuta da me e mi ha detto: è possibile che non ne abbiamo mai parlato una volta? Questo è tutto.

A posteriori considera un male questo silenzio, signora Ebner?

Ebner: Era un male per i giovani. Noi vecchi eravamo come eravamo. Ma i giovani, a meno di aver avuto Steurer come professore, non chiedevano nulla. Non se ne parlava neanche a scuola.

Leopold Steurer ha rotto questo silenzio all’inizio degli anni ’80. O è stato Reinhold Messner, con la sua affermazione: “Io penso che nessun popolo ha tradito tanto la Heimat quanto gli altoatesini”[NdT: citazione letterale dall’intervista per Rai 1 nel 1981, tradotta dal redattore dell’articolo con “Die Optanten haben die Heimat verraten“]

Steurer: Ad essere precisi, la rielaborazione critica del passato è iniziata con Claus Gatterer. Senza di lui, in Sudtirolo non ci sarebbe stata la storiografia degli anni ‘80. Perché senza i suoi libri, la generazione di storici a cui anch’io appartengo e di cui sono il più vecchio, non sarebbe esistita. Ma nessuno in Sudtirolo si era accorto di Gatterer. I suoi libri erano letti solo da studenti, da pochi intellettuali. Non si è parlato dei suoi libri. Sono stati ignorati.

Quando si è avuta allora la svolta?

Steurer: Con la pubblicazione del libro di Mayr-Nusser. Aveva portato ad una grande controversia pubblica. E la discussione non era stata provocata da noi, per così dire, ma dalla Dolomiten. Toni Ebner era ancora vivo, ma ad istigare la discussione era Josef Rampold, nei giornali del novembre 1979, quando affermava: L’eroismo di un insignito della Ritterkreuz [NdT: la croce di ferro, riferendosi a quella istituita dal Terzo Reich dopo la vittoria in Polonia, nel settembre 1939] è da classificare come molto più grande di quello che Mayr-Nusser ha raccolto con il suo rifiuto di prestare giuramento ad Adolf Hitler.

Ebner: Un momento, ma mio marito non era già morto? Quando ha scritto queste cose, Rampold?

Steurer: Era il novembre 1979. Suo marito è morto due anni dopo, il 13 dicembre 1981. In quel periodo ci furono, contro questo libro su Mayr-Nusser, terribili lettere al giornale da parte di ex soldati della Wehrmacht, o nazisti. Così si è scatenata tutta la polemica.

La questione della cultura della memoria ci porta in profondità in casa Athesia. A Josef Rampold, redattore capo del Dolomiten, eloquente difensore della sua generazione, quella della Wehrmacht.1

Ebner: Era solo che tutti coloro che avevano militato nella Wehrmacht, ed erano la maggioranza, erano rimasti della loro opinione. Nessuno di loro ha cambiato idea, assolutamente no. Pochissimi di loro si sono resi conto che sarebbe stato più saggio restare [in Sudtirolo] e non optare. Nessuno si era ravveduto. Non ne conosco nessuno. Forse alcuni, singoli.

Che tipo di ravvedimento intende?

Ebner: La realizzazione che l’opzione era stata una stupidaggine.

In ogni caso, non l’hanno dichiarato pubblicamente.

Ebner: Non pubblicamente, ma l’abbiamo capito.

Nel suo libro “La mia vita” c’è un episodio in cui il canonico Michael Gamper, che lei chiama affettuosamente “Onkele”, incontra Karl Felderer, un ardente nazista e propagandista dell’opzione, in Piazza Domenicani a Bolzano subito dopo la fine della guerra nel 1945 e lo saluta: “Felice di vederla, come sta?”. Come se tutto fosse stato perdonato e dimenticato.

Ebner: All’epoca era vero.

Steurer: Intende nel 1945? Ok, su questo posso essere d’accordo.

Ebner: Più tardi sarà espresso precisamente con il “net roglen!”. Se si fosse affrontata la storia in quel momento, tutto [il conflitto, NdT] si sarebbe riaperto. Perché gli optanti non avevano cambiato idea, se non pochissimi.

È così sicura di questo?

Ebner: Posso dirvi che una volta abbiamo fatto una festa, molto, molto tempo dopo la guerra. C’erano molti optanti e solo pochi di noi Dableiber. Fu come essere prima della guerra. Tutti erano della stessa opinione, sono passati sopra ai Dableiber. Incredibile! Avevano anche riportato le vecchie poesie contro i Dableiber del 1939.

Per lei non è stato spiacevole?

Ebner: No, per niente. Sapevo che erano così. Non c’era bisogno di iniziare a discutere. È come oggi con il vaccino contro il Covid. È inutile discuterne con chi si rifiuta.

Il confronto è eloquente. Gli attivisti contro la vaccinazione si riferiscono senza ritegno alle opzioni del 1939 sotto il fascismo e il nazismo e si vedono nel ruolo dei Dableiber perseguitati a quel tempo.

Ebner: Sì, incredibile. Ma è così. Ed era così allora. Noi eravamo gli stupidi e loro i furbi.

Signor Steurer, quali effetti ha sulla politica una tale rimozione della propria storia, dei propri fallimenti?

Steurer: Ha un impatto. Lo vediamo in Italia, come è stato difficile staccarsi dal fascismo, in Germania e soprattutto in Austria. Ancora nel 1986 il candidato presidenziale Kurt Waldheim si difese con la frase: “Ero nella Wehrmacht e ho fatto solo il mio dovere”. Una strana concezione del “compiere il proprio dovere”. Che scandalo! E come l’Austria ha cercato di presentarsi come la prima vittima di Hitler! Tuttavia, questa spaventosa dichiarazione di Waldheim e gli eventi commemorativi per i “50 anni dell’Anschlus” hanno portato alla fine degli anni ’80 al confronto con il capitolo oscuro della storia austriaca.

Grazie a Waldheim, dice?

Steurer: Bisogna vederla così: Kurt Waldheim divenne involontariamente il fautore del progresso politico in Austria. Lo scandalo ha dato al paese una spinta enorme. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno di tanto in tanto se vogliamo avere una democrazia viva. Altrimenti è come spazzare i rifiuti pericolosi sotto il tappeto invece di buttarli correttamente. Poi ad un certo punto iniziano a puzzare. Si deve affrontare il passato: Bisogna smaltirlo nel modo giusto, e questo significa avere il coraggio di affrontarlo apertamente, anche se fa male.

Uno scandalo del genere manca da troppo tempo in Alto Adige?

Ebner: Nel nostro paese è stato Steurer a provocarlo.

Steurer: In Sudtirolo è stato particolarmente doloroso. Dopo 40 anni di silenzio è scoppiato un conflitto generazionale. Questo ha causato fronti di pietra, ma è stato essenzialmente dovuto a Josef Rampold, il direttore di un giornale con una tradizione chiaramente antinazista. All’epoca, lui difendeva tutti i vecchi nazisti e liquidava i giovani che non erano d’accordo con lui come se fossero le persone più stupide. Non era giornalismo corretto. Ciò che Rampold ha praticato è stato terribile e ha assunto questa forma dura.

Ebner: Si era indurita? Era così da prima. Non potevamo evitarlo. Era così ovunque. In Germania, per esempio. Anche lì i vecchi membri della Wehrmacht, alcuni di loro veri nazisti, erano in attività. Se avessimo parlato più chiaramente prima, allora… come dire? Non posso dire che sarebbe scoppiata la rivoluzione. Ci sarebbero stati agitazioni.

Volete dire che non sarebbe stato possibile altrimenti?

Ebner: Onestamente devo dire che non ero d’accordo con Rampold. [Ma] la situazione era così. Dopo la morte di mio marito non c’era nessuno e non si può dire che Rampold fosse un nazista estremo.

Steurer: No, non lo era. Ma ha difeso la posizione dei nazisti.

Ebner: Sì, l’ha fatto. Era un militarista. Era un soldato.

Ha parlato con lui in proposito?

Ebner: Ne ho parlato con lui una volta. Aveva scritto che nel settembre 1943 i sudtirolesi avevano accolto la Wehrmacht con le lacrime agli occhi. Allora sono andata a dirgli: “Dottor Rampold, alcuni non hanno pianto quando sono venuti”. Quella è stata l’unica volta. Ci sono andata davvero. Altrimenti, lui esprimeva solo la linea dei sudtirolesi. Era un uomo schietto. Era stato nell’esercito da molto giovane.

L’assessore provinciale Alfons Benedikter, anch’egli impenitente, negli anni ’80 aveva nominato a capodella pianificazione dello sviluppo del Sudtirolo il capo della propaganda delle Opzioni e insignito della Ritterkreuz Karl Nicolussi-Leck.

Ebner: Incredibile. Incomprensibile. Era così. Lo conoscevo bene. Karl mi ha insegnato il latino. Era ambizioso, ma una persona intelligente…

Steurer: D’accordo, ma peggiore di Karl Nicolussi era Gunther Langes. Nazista entusiasta, si unì al NSDAP [il partito nazionalsocialista, NdT], nel 1943 divenne il primo redattore capo del Bozner Tagblatt nazionalsocialista, quando la Dolomiten non fu solo vietata, ma l’Athesia fu addirittura espropriata. Il silenzio [sul passato] permise che nel 1972 Rampold scrivesse sulla Dolomiten un elogio funebre per Gunther Langes, in cui non spendeva una parola per gli articoli vergognosi di questo nazista. È questo il rapporto con il proprio passato?

Ebner: Sì, conoscevo bene tutte quelle persone. E ammetto che hanno rimosso delle cose. Li si teneva dentro perché si sapeva che se fossero usciti, sarebbe ricominciato tutto da capo.

Cosa intende per: sarebbe ricominciato?

Ebner: Il conflitto.

Steurer: Ma le vittime che furono condannate al silenzio, in modo non ricominciasse la lite, furono i Dableiber, i disertori, gli obiettori di coscienza, già vittime dal 1939 al 45 perché erano in minoranza, e dopo il 45 nuovamente vittime.2

Ebner: Neanche io avevo nulla contro quelle persone. Ma la controversia sarebbe rimasta.

Lei dice che il canonico non poteva permettersi di parlare chiaramente ai suoi avversari.

Ebner: Cosa avrebbe dovuto fare? Non avevamo niente. Non avremmo avuto giudici, insegnanti, funzionari pubblici, niente.

Steurer: Direi lo stesso per gli optanti. Darei credito alla maggioranza di essere stata vittima della propaganda. Ma non alla direzione politica del Völkischer Kampfring e la Arbeitsgemeinschaft der Optanten. Hanno portato avanti la propaganda e il terrore. Il canonico li riprenderà poi nella redazione della Dolomiten: per esempio, Franz Hieronymus Riedl, nazista di carriera. Dopo la fine della guerra si nascose in Sudtirolo e il canonico tenne la sua mano protettiva su di lui. Con quanta sconsideratezza il canone ha gestito la cosa!

Ebner: Non posso dire nulla su questo. Riedl era un buon giornalista. Non potrete provare nulla contro di lui. Non è stato processato.

Quando si parla di cultura della memoria, non si può tacere sulla mostra sull’Autonomia in piazza Magnago a Bolzano. Lo storico di Athesia, Rudolf Steininger, ha criticato la mostra sulla Dolomiten, e lei, signor Steurer, ha detto che non ci andrebbe mai con una classe.3

Ebner: Non ho visto la mostra, ma ne ho letto e ho sentito il signor Steurer alla radio. E da quello che ho letto e sentito, sono completamente dell’opinione di Steurer e Steininger.

Perché, signor Steurer, non ci andrebbe con una classe?

Steurer: Questa mostra non aveva il compito di documentare brevemente la storia dell’autonomia, sono d’accordo e non la rimprovero per questo. Ma nel primo e nel secondo pannello, dove si parla di Magnago e della storia dell’autonomia, c’è troppo culto della personalità per me. Come se fosse stato solo Magnago a realizzare questa autonomia.

Siamo in piazza Magnago e non c’è posto per tutti e per tutto.

Steurer: Viene citata la dichiarazione di Silvius Magnago sull’opzione: “Dovevo protestare contro la dittatura fascista, dopo tutto” – come se la sua opzione fosse stata una protesta contro il fascismo. Invece, dato che l’opzione non è quasi menzionata, si sarebbe potuto rappresentare nella sua persona il dramma dello sfascio di molte famiglie, a cominciare dalla famiglia Magnago: il padre sceglie di restare per sé e la moglie, una sorella fa altrettanto, un’altra sorella, come Silvius, opta per andarsene. I giovani capirebbero: Ah, è logico che Magnago non volesse parlare dell’argomento.

Ebner: Sì, esattamente.

Steurer: Inoltre, non avrebbe fatto male menzionare insieme a Magnago – diciamo, politicamente corretto – due austriaci e due italiani “levatori” dell’autonomia, per esempio Aldo Moro e Giuseppe Saragat qui e Kurt Waldheim e Bruno Kreisky là.

Sarebbe stato ancora più ovvio includere nella galleria d’onore Alcide Berloffa, uno dei levatori italiani dell’autonomia. Quest’ultimo, tuttavia, è stato relegato a una panchina nello sciupato parco della stazione, dall’altra parte della strada. Politicamente insensibile.

Ebner: Ha ragione. Ma la mancanza di sensibilità in questo caso riguarda probabilmente il sindaco italiano di Bolzano. È lui che ha messo lì questa roba di Berloffa.

Steurer: Non so come si sia arrivati a ciò. Ma il comitato, gli studiosi della mostra sull’autonomia, avrebbero dovuto sapere che Berloffa ne avrebbe dovuto far parte, come partner italiano che si è espresso chiaramente a favore dell’autonomia già nelle fasi iniziali, molto prima di altri. Il contributo di Berloffa al secondo Statuto di Autonomia è stato enorme.

Ebner: Certo, e questa è una mancanza.

Colpisce anche che non appaia il contributo del vescovo Gargitter. Il ministro dell’interno Scelba si reca da Magnago nei giorni drammatici delle bombe, nel 1961. Non viene menzionato però l’incontro tra Scelba e Gargitter, molto più drammatico e probabilmente decisivo.

Ebner: Lei dice che non è stato menzionato. Oggi quando se ne sente parlare le persone, generalmente rimane solo Magnago. Tutto il resto è nulla, come se non ci fossero stati tutti gli altri, Erich Amonn, Otto von Guggenberg, Josef Raffeiner, Friedl Volgger, Toni Ebner. Se non fosse stato per loro, cosa sarebbe successo all’autonomia? Oggi non si sente più parlare di loro.

Dal percorso didattico sull’Autonomia, chiamiamolo così, traspare molto la posizione di Martha Stocker, Presidentessa della Fondazione Magnago. Pro Magnago, pro autonomia, pro Kompatscher, ma senza nuocere agli attentatori degli anni sessanta. Così come dopo la guerra si è taciuto sulle Opzioni, allo stesso modo si dovrebbe procedere oggi con gli attentati in Sudtirolo.

Steurer: Sì, il confronto è buono. Martha Stocker è così.

La classificazione dei Bumser e il loro ruolo sulla via per l’autonomia: a proposito esiste da anni una disputa tra gli storici, ma la cosa stupefacente è che nel suo giudizio, signor Steurer, lei si avvicina molto a quello della famiglia Athesia Ebner.

Ebner: Non ho riluttanze in proposito. Allora poteva finire male. Se la popolazione fosse stata d’accordo con le intenzioni dei bombaroli, avremmo avuto condizioni una situazione come in Irlanda del Nord. È stato un bene che la popolazione non si sia lasciata provocare.

Steurer: Sia la popolazione tedesca che quella italiana sono rimaste calme.

Ebner: La guerra non era finita da molto tempo ed è significativo che tra gli attentatori non vi fossero Dableiber. Erano tutti optanti.

Steurer: La vecchia generazione, i cosiddetti attentatori del BAS, del “Befreiungsausschuss Südtirol”, erano stati soldati della Wehrmacht. Jörg Klotz è un esempio paradigmatico. Volontario nel 1939, ufficiale della Wehrmacht altamente decorato: per loro la guerra e la politica come uso della forza erano traboccate nella carne e nel sangue. Credevano di poter continuare da dove si erano interrotti nel 1945. Per i più giovani, quelli nati negli anni ‘30, si trattava più di frustrazione sociale che di fanatismo ideologico.

La disputa tra gli storici riguarda la domanda: i Bumser – d’aiuto o nocivi per l’Autonomia?4

Steurer: Torniamo alla mostra sull’Autonomia e a Martha Stocker, credo che una frase reciti letteralmente così: “L’intenzione”, intendendo quella degli attentatori, “di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul problema sudtirolese è costata un prezzo elevato.” Questa è mistificazione. Il problema del Sudtirolo godeva già dell’attenzione pubblica, era stato discusso all’ONU un anno prima. Quello del Sudtirolo era presente nel discorso mondiale come nessun altro problema di minoranza. L’obiettivo della Feuernacht era quello di scatenare una rivolta popolare, proprio come aveva fatto Andreas Hofer nel 1809. Basta considerare quali armi avevano a disposizione queste persone. L’obiettivo era la guerra civile.

Quindi gli assassini, direttamente o indirettamente una colonna ausiliaria dell’autonomia, sì o no?

Ebner: No. Questa è una mia ferma convinzione. E per quanto riguarda l’essere pacifici e voler risparmiare vite umane, come dicono oggi – non ci sono riusciti. So di cosa sto parlando. Quando tornavo a casa a notte fonda avevo meno paura delle bombe durante la guerra che in quel periodo, per via di tutte le loro minacce anonime: “Tolln Toni, bel Toni, ti troveremo”.

Nondimeno, gli assassini e i loro difensori amano invocare una famosa citazione del canonico: “Un popolo che combatte per nient’altro che i suoi diritti, avrà il Signore Dio per alleato”.

Steurer: Certo, la dichiarazione del canonico è un po’ ambigua. Questa commistione tra religione e politica era da tempo inadeguata e in seguito ha giocato un ruolo disastroso. L’appello del BAS per la Notte dei fuochi, all’epoca inviato dal Liechtenstein, finisce proprio con questa frase.

Ebner: Questa è un’appropriazione indebita di questi signori. Mi infastidisce ogni volta che la sento. Ora, di nuovo, in occasione della morte di Sepp Mitterhofer. Il canonico ha scritto questa frase da Monaco all’assemblea provinciale della SVP, prima della sua morte.5 Chiunque legga questo come una giustificazione per l’uso della violenza è in cattiva fede.

È ingannevole pensare che negli ultimi tempi i media Athesia siano stati particolarmente risoluti contro la violenza e qualsiasi tipo di fiammata etnica?

Steurer: È così. Anche quando si tratta di fare i conti con il passato. Con il cambio generazionale di caporedattore, da Josef Rampold a Toni Ebner [jr.], sono cessati anche i continui battibecchi, già prima dell’acquisto dell’Alto Adige. Che si tratti dell’azione di via Rasella, della Resistenza o della deportazione degli ebrei di Merano. Un tempo, nel migliore dei casi si passava il tema sotto silenzio.6

Lei è felice di questa evoluzione?

Ebner: Sì, in ogni caso. Ma mio marito si era già espresso contro le bombe degli anni Sessanta. Il giornale si è opposto con veemenza. Non è solo da oggi.

A proposito dell’acquisto dell’Alto Adige e de L’Adige da parte di Athesia: probabilmente più una vittoria etnica e mediatica che un appoggio pacifico.

Ebner: Non mi è sembrato che la popolazione abbia fatto Dio sa quale protesta per questo. Non è successo niente. E ditemi, cosa sarebbe successo all’Alto Adige e a L’Adige se Athesia non li avesse comprati? Sarebbero falliti. Abbiamo appena festeggiato il centenario della libreria Athesia di Bolzano. C’erano anche persone del [giornale] Alto Adige, salutavano e parlavano in italiano, cosa inimmaginabile in passato! Questo è già aver imparato dalla storia.

Imparare dalla storia: ha qualche suggerimento, signora Ebner, su come e cosa i giovani di oggi possano imparare dalla storia del suo secolo?

Ebner: Vorrei augurare ai giovani di avere a scuola qualcuno come il professor Steurer a raccontare qualcosa sulla storia. Da soli non possono certo conoscerla.

Un bel complimento per lei, signor Steurer. Come risponde lei alla domanda?

Steurer: La cosa più importante per i nostri giovani, nelle scuole medie e superiori, non è occuparsi solo di fascismo, nazionalsocialismo, guerra, ma sarebbe più istruttiva, se fossi ancora insegnante, la campagna di mostre nei comuni del Dachverband für Natur und Umweltschutz, credo, in cui si mostra come il paese sia cambiato nel corso di 20, 30, 50 e più decenni. Così ogni giovane sudtirolese potrebbe vedere come eravamo e come siamo oggi, nel bene e nel male.

Ebner: Questo sarebbe certamente importante, ma anche che capiscano che sia bene preservare questa terra, invece di lasciarla semplicemente, come era successo nel 1939.

Steurer: È esattamente quello che intendevo. Una più forte consapevolezza della Heimat. Perché con l’opzione – non oso dire che la hanno tradita, ma vi hanno incautamente rinunciato. Questo vale soprattutto per la leadership politica. Felderer scrive nella poesia “Optantengedicht”: „Leb wohl du, mein Südtirol!“ Addio, attenzione. Doveva essere un addio per sempre. Lo sapevano tutti. E se dopo il 1945 hanno riavuto questa Heimat, non è stato per merito loro, ma perché sono stati fortunati. Avremo avuto la sfortuna, tra virgolette, di rimanere con l’Italia, ma siamo stati fortunati a non essere espulsi come altre minoranze tedesche – gli optanti che erano rimasti qui hanno riavuto la loro cittadinanza, quelli che sono andati via sono stati parzialmente autorizzati a tornare. Hanno ricevuto di nuovo questa terra in regalo per via delle circostanze politiche. E noi sappiamo che ciò che è dato in dono non viene apprezzato.

Ebner: Sono completamente d’accordo. I giovani devono imparare ciò che hanno nella loro Heimat e devono meravigliarsi di come una vecchia generazione potesse volontariamente, dico volontariamente, lasciarla. I tedeschi dell’est furono cacciati, invece i sudtirolesi se ne andarono volontariamente.

Alle orecchie del vostro caporedattore di allora, Rampold, il vostro “volontariamente” sarebbe suonato come un tradimento.

Ebner: Ma è così.




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org