Marzo 12, 2022
Da Il Manifesto
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Come in ogni conflitto, anche nel quadro della recente guerra in Ucraina si teme che alla tragedia per le perdite umane e all’esodo dei profughi si aggiungano i danni al patrimonio storico-archeologico. Mentre sono ancora impresse nella memoria della comunità internazionale le immagini della distruzione di Palmira e di altri siti e monumenti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, sui media è stata diffusa una fotografia che ritrae gli abitanti di Leopoli impegnati a mettere in salvo la statua del Cristo Salvatore, capolavoro della cattedrale armena. Di questi rischi e paure abbiamo parlato con Anca Dan, ricercatrice presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica (Cnrs) di Parigi, specialista dell’archeologia e della Storia del Mar Nero.
«Allo stato attuale, il pericolo più grande è costituito dal bombardamento di Kyiv, città ricchissima di monumenti di età bizantina, del Rinascimento e del Barocco – fra i quali spicca la cattedrale di Santa Sofia – nonché di musei con importanti collezioni pittoriche», dice Dan. «Non lontano da Kyiv, sul monte Berestov, si trova inoltre lo straordinario monastero delle Grotte di Kyiv (Pecerska Lavra), anch’esso risalente, come Santa Sofia, all’XI secolo (entrambi i monumenti sono iscritti alla Lista Unesco del patrimonio dell’Umanità dal 1990, ndr). Tuttavia, credo sia poco probabile che i russi distruggano luoghi che considerano fortemente rappresentativi della loro storia e appartenenza religiosa».

La ricercatrice Anca Dan del Cnrs

Nel sito di Kyiv ci sono anche tracce che risalgono ad epoche più remote.
Sì, il primo insediamento si data al VI secolo a.C. ma è con l’arrivo dei Variaghi – una popolazione di provenienza scandinava che discese fino a Bisanzio lungo le sponde dei fiumi Dnepr e Volga, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, per commerciare – che nel IX secolo d.C. si sviluppò lo Stato della Rus’ di Kiev. Questo grande stato medievale (cristianizzatosi nel X secolo), formato da vari popoli ma nel quale gli slavi hanno imposto la loro lingua, ha coperto i territori attuali della Russia europea, dell’Ucraina, della Bielorussia, della Polonia e dei paesi baltici. Per queste ragioni, i russi pensano che qui si trovino le loro origini, argomento che muove anche l’ambizione panslavista di Putin. Nel XIII secolo, la distruzione dello Stato della Rus’ di Kiev da parte dei Mongoli favorì lo sviluppo del granducato di Mosca (sotto la medesima dinastia di Rurik, che ha continuato anche durante lo Zarato Russo fino al 1598) mentre le popolazioni dell’attuale Ucraina non riuscirono a creare un loro stato, conquistati da una parte dai russi, dall’altra dai polacchi e dai lituani. A scuola ci è stato insegnato che il popolo ucraino è una parte di quello di Rus’, ovvero lo stesso del popolo russo.

La realtà però è più articolata…
Negli ultimi anni abbiamo assistito all’affermazione dell’identità nazionale ucraina, non soltanto attraverso la lingua e le tradizioni folkloristiche ma, naturalmente, anche per mezzo della politica. Mentre la parte orientale del paese ha più legami con la cultura russa, quella occidentale è influenzata – anche nell’architettura – dal dominio polacco, dal Granducato di Lituania, da reminiscenze dell’impero asburgico e dalla minoranza romena. La complessità geopolitica di quest’area è determinata da vasti movimenti di popoli che ne hanno sostituito altri, all’interno degli imperi multinazionali (asburgico, ottomano, zarista) fino al XX secolo. La Crimea moderna, ad esempio, ha origini tartare: il Canato di Crimea si è separato dall’Orda d’Oro e ha proseguito fino alla conquista di Caterina II dopo la quinta guerra russo-turca. In Crimea si è anche fermata l’espansione russa verso Costantinopoli, con la guerra del 1853-1856 tra l’impero zarista da una parte e l’impero ottomano, la Gran Bretagna, la Francia e il Regno di Sardegna dall’altra. I Tatari hanno vissuto lì fino al 1944, quando utilizzando il pretesto della loro collaborazione con i nazisti, Stalin li ha cacciati in Uzbekistan e rimpiazzati con genti russe. La vecchia politica del dividi et impera, insomma.

Rovine di Olbia Pontica

Quali sono i siti archeologici che potrebbero essere colpiti o distrutti anche per gli effetti collaterali dei bombardamenti?
I siti archeologici dell’antichità più importanti dell’Ucraina si trovano sulla costa del mar Nero. Il più arcaico è quello dell’Isola di Berezan – all’ingresso dell’estuario del Dnepr (antico Borysthenes) e del Bug (antico Hypanis) –, che insieme a Olbia (Parutyne) ha permesso il controllo ionico (milesio, in particolare) del commercio fluviale dal VII secolo a.C. Nel V secolo a.C., Borysthenes e Olbia furono visitate da Erodoto durante il suo viaggio scitico. Magnificenti testimonianze archeologiche si trovano anche in Crimea: a Kerc, l’antica Pantikápaion, fondata da coloni greci di Mileto nel VII secolo a. C., che due secoli più tardi divenne capitale del Regno del Bosforo e per questo è conosciuta anche con il nome di Bosphoros; a Chersoneso (anche Chersoneso Taurica, ndr), dove gli archeologi hanno evidenziato una presenza milesia dal VI secolo a.C. mentre i Dorici si insediarono al più tardi nel V secolo a.C. nei pressi dell’odierna Sebastopoli. Chersoneso sviluppò la coltivazione della vigna in una floridissima chora (territorio della polis fuori dalla città, ndr), studiata dai ricercatori americani che hanno lavorato anche a Metaponto, in Magna Grecia, e prosperò grazie al commercio fino al XIV secolo. Chersoneso è però ubicata nella penisola di Crimea, de facto sotto la sovranità russa dal 2014. Un altro luogo che vale la pena rievocare è l’Isola dei Serpenti, chiamata anche «Isola di Achille» perché – secondo una tradizione greco arcaica – il corpo dell’eroe mirmidone venne portato dalla dea Teti, sua madre, in un’isola bianca (in greco Leukè, metafora della terra dei morti). Collocata a 45 chilometri dalle coste della Romania e dell’Ucraina, l’isola appartiene all’attuale regione di Odessa. I navigatori antichi – raccontano Arriano, Dionigi Periegeta e Filostrato – potevano scorgere da lontano la presenza di Achille e Patroclo in un tempio. Le rovine di quest’edificio sacro, dove i marinai lasciavano doni al Pelide affinché li proteggesse dai pericoli di un mare spaventoso, vennero scoperte e descritte nell’Ottocento ma un numero significativo di materiali sono stati utilizzati per costruire un faro. L’isola è attualmente occupata da una base militare. Infine, devono essere menzionati i numerosi tumuli di cultura Kurgan che vanno dall’Età del Bronzo alla tarda antichità e che hanno restituito preziosi oggetti in oro realizzati da Sciti e Sarmati. Parte di questi tesori si trovavano ad Amsterdam per la mostra Crimea, l’isola d’oro nel mar Nero quando nel 2014 scoppiò il conflitto. Alla fine del 2021, una decisione della corte di giustizia olandese aveva deciso di riconsegnare gli ultimi oggetti contesi a Kyiv.

Nonostante la distanza, ci sono sempre stati forti collegamenti culturali tra l’Italia e il territorio dell’Ucraina. Può ricordarne qualcuno?
L’Impero Romano che ha occupato le bocche del Danubio dal I secolo a.C. si è spinto fino alla Crimea (antica Tauride) durante il regno di Nerone. Charax (odierno Capo Ay-Todor) è uno dei più remoti campi militari romani nel nord-est del mondo conosciuto fino ad allora. Più tardi, i Genovesi hanno fatto la prosperità della città medievale di Caffa (Crimea orientale) e di Chilia-Licostomo, nel nord del Delta del Danubio. Gli artisti italiani del Barocco non hanno lavorato soltanto a Mosca ma anche a Kyiv. Bartolomeo Rastrelli, ad esempio, è l’architetto del Palazzo d’inverno a San Pietroburgo ma anche del Palazzo Mariinskij e della cattedrale Sant’Andrea di Kyiv.

È al corrente di iniziative da parte di archeologi e storici dell’arte ucraini per evitare danni e saccheggi nei musei?
Sì. Ho appreso dai colleghi ucraini che le collezioni dei musei di Vinnycja, Zytomyr, Sumy, Cernihiv e Kyiv sono state imballate e portate nei depositi. Alcuni musei vengono attualmente utilizzati come rifugio per i civili e il pericolo di furto è sempre presente. Per quanto riguarda i territori finora conquistati, è probabile che i reperti più rilevanti vengano trasferiti nei musei russi che già conservano gli oggetti delle scoperte effettuate durante l’età zarista, come d’altra parte avvenuto – secondo fonti locali – per le antichità della Crimea. Alcuni manufatti vichinghi si trovano ora in prestito al Moesgaard Museum di Aarhus in Danimarca per una mostra. La salvezza del resto del patrimonio dipende dall’esito della guerra.




Fonte: Ilmanifesto.it