Novembre 28, 2021
Da Le Maquis
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Ogni volta che il potere si appresta a porre le basi per una nuova struttura repressiva, come una prigione, non bada a spese sulle parole da utilizzare per giustificare questo processo. Generalmente, per poter ottenere il massimo consenso da parte della popolazione, le argomentazioni faranno riferimento a dei valori assoluti, che variano evidentemente in funzione delle epoche e dei contesti storici. Quando si trattava di giustificare l’apertura dei campi di concentramento in Francia e in Inghilterra per rinchiudervi, preventivamente, i possibili sabotatori dello sforzo militare all’alba della Seconda Guerra Mondiale, era intorno al valore della « Patria », che lo Stato cercava di riunire la popolazione. Quando era necessario neutralizzare il rifiuto del lavoro salariato negli anni ‘70, frutto e fonte di una vasta sovversione rivoluzionaria, che si esprimeva in particolare attraverso la delinquenza sociale e la rapina delle banche, lo Stato francese, e altre paesi a modo loro, riformarono il sistema penitenziario. Se, da un lato, vere e proprie prigioni all’interno delle prigioni – i dimenticatoi e i centri di tortura che vengono chiamati QHS 1 – venivano introdotte per sradicare lo slancio della rivolta, dall’altro il discorso portava soprattutto all’introduzione di meccanismi di reinserimento, del mutamento dell’ottica della reclusione, da « punizione » a « riabilitazione ». Un discorso profondamente umanista quindi, per poter giustificare sia che le persone vengano schiacciate all’interno dei circuiti di Alta Sicurezza, sia la repressione mortifera per le strade. Ad oggi, quando si tratta di giustificare il più grande programma di costruzione di prigioni che lo Stato belga abbia mai conosciuto, il filo rosso del consenso da ottenere porta anche verso « l’umanizzazione delle prigioni». Usando come pretesto le decine di rivolte che hanno scosso l’universo carcerario belga tra il 2006 e il 2011, che ha messo a nudo la realtà delle condizioni di detenzione, la violenza delle guardie, la sovrappopolazione e la natura obsoleta di alcune prigioni, lo Stato fonda la legittimità di nuove prigioni non solo sull’appello al securitarismo ma anche sul riassetto di tali condizioni, oggi ritenute inaccettabili.
Tuttavia, la costruzione di nuove prigioni ha sempre avuto come scopo principale l’aumento della capacità di reclusione dello Stato, vale a dire un inasprimento della morsa repressiva. Se la reclusione è in effetti una modialità di gestione delle contraddizioni sociali sulle quali questa società è basata, l’aumento ininterrotto del numero di persone detenute indica che questa strategia repressiva non è per nulla obsoleta agli occhi dello Stato. Dunque, per logica, lo Stato deve costruire sempre più prigioni.
Per criticare il discorso dell’umanizzazione delle prigioni (che ha delle forti similutidini con il discorso che tende a umanizzare la guerra, presentandola come un’operazione chirurgica, e con il discorso che umanizza il controllo capillare, disumanizzando i nemici dei valori democratici, e così via) bisogna osare penetrare al fondo delle cose. Il potere esiste e,di fronte alla minaccia di essere distrutto da coloro che schiaccia, deve proteggersi. È nella sua stessa essenza prolungare la sua propria esistenza, protrarre ed estendere il proprio regno. A forza di analizzare gli sviluppi storici, bisogna constatare che il potere non scommette sempre sullo stesso cavallo, o piuttosto, scommette in generale su tutti i cavalli allo stesso tempo: è pronto a bombardare, a massacrare, a compiere dei genocidi e a condurre delle guerre per preservarsi; è anche pronto a dare da mangiare, curare malati e addolcire la sorte dei detenuti, se questo rafforza il controllo sui suoi sottoposti. In questo modo tortura e progresso vanno mano nella mano. Il potere è la tortura ed è il progresso. È la sua forza, è la sua potenza. Se l’umanizzazione delle prigioni è, in ogni modo, una bugia, visto che la reclusione in sé costituisce una tortura, lo vediamo ancor di più se laceriamo i discorsi della propaganda per arrivare alla realtà. Una prigione più pulita è anche una prigione asettica, sterile, con un contatto umano minimo tra detenut*. Una prigione meglio fornita, è anche una prigione dove tutto è automatizzato, dove le porte non si aprono più con delle chiavi ma a distanza; dove le finestre non si aprono, poiché c’è l’aria condizionata per areare. Una reclusione maggiormente basata sul reinserimento è anche la dittatura scientifica – e quindi incontestabile – degli psicologi e degli psichiatri, dei medici e degli assistenti sociali. Se una parvenza di maggiore comfort viene offerta all* detenut* è al prezzo di un controllo rinforzato, e non è diverso all’esterno nell’insieme della società.

Spazio d’informazione e coordinazione delle lotte contro la maxi-prigione, Bruxelles, febbraio 2015, pag. 16

Nota dell’archivio: opuscolo tradotto dall’originale “Une cage dorée reste une cage – les nouvelles prisons et la mensogne de l’humanisation”, secondo numero di tre testi raccolti come “contributo alla lotta contro la costruzione di una maxi-prigione a Bruxelles”

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Fonte: Lemaquis.noblogs.org