Marzo 17, 2022
Da Il Manifesto
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«La ricerca della casa è un’esperienza umana che riguarda tutti, penso se ne abbia più di una anche quando si rimane stabili in un luogo» ci racconta Akuol de Mabior. Quello della casa è un tema importante per la regista, nata e cresciuta in esilio; tornata poi nel suo Paese ha realizzato lì il primo film, No simple way home, in cui la genealogia del Sud Sudan coincide con quella famigliare. I genitori di De Mabior sono stati infatti in prima linea nelle lunghe lotte che hanno portato all’indipendenza nel 2011, figure fondative di una patria giovane che si vorrebbe finalmente libera nonostante tutt’oggi gli scontri interni non lascino spazio alla serenità. Il film, presentato in prima mondiale alla Berlinale e proiettato in questi giorni a Cinéma du Réel, si caratterizza per questo sguardo «privato» sul «pubblico», sulle molteplici accezioni «mitiche» che un genitore può avere, ma anche sul difficile cammino dell’Africa verso la pace.

Cosa ti ha spinto a realizzare questo lavoro?

Avevo paura che nessuno avrebbe raccontato la storia di mia madre perché c’è la tendenza a considerare «eroe» sempre l’uomo, e la moglie una semplice aiutante; sentivo invece che mia madre era un’eroina per suo conto e volevo mostrarlo.

«No simple way home» però è anche un film su tuo padre, John Garang de Mabior, considerato un eroe nazionale e ucciso poco dopo essere stato eletto presidente.

Non è stato facile trasmettere i due lati della sua persona: da una parte la vita privata e dall’altra la figura pubblica. Avrei voluto filmare allora, quando era vivo, ma sono desideri purtroppo non realizzabili. Attraverso le foto abbiamo provato a restituire il suo mondo famigliare, poi ci sono molte immagini create da altri, come si fa con gli eroi. Quando pensiamo alle persone al potere le colleghiamo sempre a grandi momenti: le elezioni, i discorsi, i gesti. Invece la quotidianità è importante, è lì che c’è la vita. Anche pensando al nostro movimento di liberazione, credo che ad un certo punto la lotta, gli scontri, debbano avere un termine. Il lavoro, i figli, l’essere cittadini di un Paese in cui svolgere la propria vita di tutti i giorni, sono cose a cui in Africa non diamo la giusta importanza.

Nel film si fa poi strada anche una dimensione personale, riflessiva, su di te e il tuo futuro.

Durante il processo mi sono resa conto che non potevo fare un film solo su mia madre perché non c’era la distanza necessaria: era difficile trattarla semplicemente come il soggetto del lavoro. È allora che ho deciso di includere anche me nella narrazione, nonostante all’inizio provassi delle resistenze. Nel corso delle riprese ci sono state comunque molte sorprese e cambiamenti, ad esempio non ci potevamo immaginare che mia madre sarebbe stata nominata vicepresidente.

Il lavoro fa parte del progetto Generation Africa, incentrato sulla migrazione. Come hai declinato questo tema?

La richiesta era di mettere a punto «nuove narrative sulla migrazione». All’inizio non mi sembrava che il film rientrasse in questa definizione, ma poi mi sono concentrata sulla parola «nuovo», che spingeva verso qualcosa di diverso dal solito. Credo che il Sud Sudan abbia a che fare con storie di migrazione perché tanti di noi hanno dovuto abbandonare il Paese fino all’indipendenza del 2011, adesso ci stiamo interrogando su cosa significa tornare a casa, una casa che magari neanche si conosce.

Filmare sembra come mettere delle radici, creare una comunità per te che sei stata lontano per molto tempo.

Certo perché riprendere in pubblico implica parlare con le persone, negoziare, fargli capire che non vuoi far loro alcun male. Sono conversazioni da cui ho imparato molto.




Fonte: Ilmanifesto.it