Ottobre 15, 2021
Da Il Manifesto
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Quando avrete tra le mani il primo numero di Arabpop, prendetevi del tempo. Ne serve per esplorarla tutta. Ve ne tornerà utile dell’altro per ascoltare i dischi, leggervi i romanzi, guardare i lungo e i cortometraggi che la redazione vi suggerisce.

NATA DALL’ESPERIENZA (di successo) del libro Arabpop, curato da Chiara Comito e Silvia Moresi, la rivista di arti e letterature arabe contemporanee, edita dalla casa editrice napoletana Tamu, sta girando l’Italia. Accolta benissimo: a poche settimane dall’uscita è già in ristampa. Vuoi per la grafica (ispiratrice, sembra già di viaggiare), vuoi per la ricchezza dei contenuti (articoli, fumetti, un focus su Beirut, recensioni e consigli della redazione), vuoi per la voglia di indagare in modo del tutto nuovo il mondo arabo (i mondi arabi) che le cinque redattrici hanno saputo intercettare.

Chiara Comito, Fernanda Fischione, Anna Gabai, Silvia Moresi e Olga Solombrino (con la direzione editoriale di Christian Elia) sono arabiste, traduttrici, docenti. Hanno portato in Italia il meglio della poesia e della letterature mediorientali e nordafricane. Con Arabpop continuano a farlo: «Dopo l’uscita del libro nel maggio 2020 – ci racconta Silvia Moresi – abbiamo notato un grande interesse per questa nuova narrazione del mondo arabo: ci eravamo focalizzate su quel particolare e importantissimo periodo che sono state le rivoluzioni e le post-rivoluzioni del 2011, raccontandolo non con la geopolitica ma con l’arte e la cultura. Un tipo di narrazione che aveva incuriosito molti, soprattutto i non addetti ai lavori, e che quindi poteva portare a un cambiamento dell’immaginario del mondo arabo in Italia».

Da qui il progetto di una rivista semestrale, cartacea, i cui contenuti potessero essere esaltati da una grafica coloratissima, vivace: «Fresca come lo è il mondo arabo contemporaneo. Insomma, pop». Una grafica che si adatterà anche ai temi. Il primo numero è dedicato alla metamorfosi, «perché volevamo un tema che ricordasse il decennale delle rivoluzioni senza appiattirlo su retoriche celebrative, ma anche che portasse con sé l’idea di movimento, di dinamicità, in contraddizione con quella occidentale che immagina il mondo arabo formato da società immobili e statiche».

QUELL’IDEA era stata già scardinata dieci anni fa, frantumatasi nello stupore dei tanti che mai avrebbero immaginato piazze partecipate, vive, ironiche, corpi di ogni genere ed estrazione sociale che creavano, immaginavano, sfidavano poteri grigi e apparentemente inamovibili. La ricchezza nascosta è stata mostrata: «Le rivoluzioni – continua Moresi – hanno sicuramente liberato alcuni spazi e reso possibili forme artistiche che prima la censura impediva. E hanno reso visibile un fermento culturale che esisteva già, ma che a noi era spesso invisibile: dalle produzioni culturali arabe ci aspettiamo ideologia, eventi politici, racconti impegnati. Con la rivista vogliamo rendere visibile questo fermento cresciuto con la rivoluzione».

DI MATERIALE ce n’è in abbondanza. Fin dalle prime pagine con estratti di romanzi del marocchino Mohammed Said Hjiouij (Kafka a Tangeri, a proposito di metamorfosi), dell’iracheno Sinan Antoon (Solo il melograno) e dell’egiziano Yousef Rakha (Paolo) e una poesia della palestinese Carol Sansour (Separazione). Seguono articoli di giornalisti sparsi tra Medio Oriente e Nord Africa, dal rap iracheno al cinema palestinese, dalla stand up comedy egiziane alla fotografia in Kuwait fino al teatro degli oppressi marocchino. Si chiude con i consigli della redazione: playlist musicali, film, libri, fumetti.

DI FRONTE SI SCHIUDE un mondo che fa venir voglia di entrarci dentro. Mercato editoriale permettendo: «Ultimamente in Italia si pubblica più letteratura araba rispetto agli anni precedenti. Quello che manca sono persone che leggano l’arabo all’interno delle case editrici: spesso si passa dalla traduzione in inglese e francese. Con Arabpop, che nella sua prima parte è dedicata alla traduzione di poesie ed estratti di romanzi inediti, vorremmo stimolare gli editori italiani, mostrare che esistono anche altre letterature».




Fonte: Ilmanifesto.it