Dicembre 16, 2021
Da Il Manifesto
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Negli anni 1965-1966 la breve e comunque fredda primavera del disgelo sovietico volge al termine. Un nuovo inverno è ormai alle porte, l’epoca del cosiddetto zastoj, la stagnazione del lungo regno di Leonid Brežnev seguito dagli ultimi sussulti del regime sovietico sotto la guida di Andropov, prima, e di Cernenko, poi, che precederanno le tentate riforme di Gorbacëv e il susseguente tracollo dell’Urss.

Questa fase di passaggio coincide con la celebrazione del processo e la susseguente condanna comminata agli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’, rei di aver pubblicato all’estero sotto pseudonimo loro opere in prosa di contenuto satirico e critico nei confronti delle molte contraddizioni della vita dell’Urss. Il primo aveva pubblicato anche un dissacrante saggio sul realismo socialista. Se solo qualche anno prima, pur tra mille difficoltà, aveva potuto vedere la luce Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solženicyn, ora per intervento diretto del Kgb la letteratura tornava ad essere oggetto di repressione come in epoca staliniana.

CERTO ESISTEVA il precedente del Dottor Živago, pubblicato in Italia nel 1957; ma pur tra tante vessazioni e umiliazioni Pasternak non era stato tuttavia sottoposto a processo penale. Proprio da una fotografia che ritraeva Sinjavskij e Daniel’ portare a spalla il feretro di Pasternak nel 1960 il Kgb, dopo anni di ricerche, era riuscito a risalire a quella coppia di giovani letterati che con gli pseudonimi di Abram Terz e Nikolaj Aržak avevano costretto i servizi sovietici a lunghe indagini e ricerche.

Il processo fu un vero e proprio caso che occupò la scena politica e le cronache giornalistiche internazionali a lungo e su questo tema esiste una ricchissima bibliografia oltre a un cospicuo numero di fonti a partire dal celebre Libro bianco curato da Aleksandr Ginzburg che per questo fu presto arrestato e condannato. Dei due protagonisti di questa vicenda Andrej Sinjavskij, dopo anni di prigionia espatriato e divenuto professore alla Sorbona, è certamente il più noto e le sue opere in prosa e i suoi saggi letterari hanno avuto ampia fortuna e diffusione in Occidente e poi in patria, nella Russia post-sovietica.

Il destino di Daniel’ fu diverso e la sua opera, sia le prose al centro della campagna repressiva degli anni 1965-66, sia le traduzioni poetiche, hanno avuto senza dubbio un minore impatto nel mondo letterario russo e egualmente in quello occidentale. È dunque da salutare con particolare interesse la pubblicazione da parte di Ezio Mauro del volume Lo scrittore senza nome. Mosca 1966: processo alla letteratura (Feltrinelli, pp. 335, euro 20), opera che si concentra sulla figura di Julij Daniel’.

NEL LIBRO SI RIPERCORRE, partendo dall’esperienza e dal punto di vista di Daniel’, tutta la vicenda del celebre caso, dalla pubblicazione delle opere all’estero, al processo, alla prigionia e alla successiva liberazione. Non si tratta di un saggio di natura storica e tantomeno di una semplice ricostruzione storico-giornalistica. Siamo di fronte ad un testo che acquista i tratti del romanzo, scritto con il respiro e i procedimenti del genere narrativo e non solo della saggistica. In definitiva, Lo scrittore senza nome è una raffinata e partecipe prova di biografia letteraria che si sviluppa con i tempi e i ritmi della prosa letteraria. Personalmente ho apprezzato moltissimo la scrittura densa e al tempo stesso lineare, la raffigurazione storico-psicologica dei personaggi, l’incalzare dei dialoghi, la ricostruzione dei realia del mondo sovietico.

Come Mauro ci informa in chiusura dell’opera, il testo si basa su una grande quantità di dati d’archivio e sui racconti di molti protagonisti della vicenda, da Marija Rozanova, moglie di Sinjavskij, al figlio di Daniel’, Sanja, e alla seconda moglie dello scrittore, Irina Petrovna. Mauro ha vissuto un’importante esperienza professionale e umana da corrispondente di Repubblica a Mosca (’88-’90). Qui non poté conoscere Daniel’ (scrive «Ho incontrato Julij Daniel’ il giorno in cui è morto»), ma negli anni ha coltivato il desiderio di rendere omaggio e giustizia allo «scrittore senza nome» (Daniel’ aveva pubblicato le sue opere in Occidente con lo pseudonimo Aržak e poi fu costretto dalle autorità a utilizzare per le sue traduzioni poetiche l’anonimo pseudonimo di «Jurij Petrov»), raccogliendo notizie su di lui e ricostruendone in forma creativa la biografia fattuale e spirituale.

La costante e attenta frequentazione della migliore letteratura dell’epoca sovietica, accompagnata dai racconti dei protagonisti e lo studio delle stesse carte giudiziarie miracolosamente ottenute in un periodo di momentanea apertura degli archivi della Lubianka, permette a Mauro di offrire una narrazione certo anche aperta alla creatività artistica, ma sempre accompagnata da una quasi maniacale attenzione per il dettaglio, come nelle pagine dedicate alla prigionia di Daniel’ nel gulag di Dubravlag in Mordovia, ai vari interrogatori nella prigione della Lubianka o nelle tante descrizioni della vita quotidiana dei protagonisti. Mauro è sempre preciso e informato e mostra inoltre un’accurata attenzione per il mondo letterario russo con rimandi impliciti o espliciti a autori e opere, in particolare, a Mandel’štam, come nel caso dell’espressione «secolo-cane lupo» (in russo vek-volkodav), che ben caratterizza l’atmosfera generale della Russia negli anni delle grandi purghe. Malgrado il complesso intreccio di dati e di rimandi il libro si legge con la leggerezza e la passione di un romanzo. Mauro ha saputo sapientemente dosare il carattere di indagine della sua più che trentennale ricerca con uno stile narrativo appassionato, avvincente, a tratti commovente.

SIAMO DI FRONTE ad una genuina testimonianza di affetto e di responsabilità culturale e umana. In chiusura va sottolineato un particolare interessante. Mauro scrive nella postfazione di essersi basato anche su un centinaio di fotografie ricevute da Marija Rozanova. La ricostruzione storica trova una ricca humus anche nell’immagine che va letta, interpretata, resuscitata. Il carattere vivo, pulsante di questa narrazione si costruisce molto anche su questo approccio visivo alla memoria.




Fonte: Ilmanifesto.it