Ottobre 4, 2021
Da Il Manifesto
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Quando Rossana Rossanda tradusse dal tedesco l’aforisma numero 198 degli Aforismi sull’arte di Konrad Fiedler (1841-1895) ebbe, ancora una volta, piena e felice convalida della scelta compiuta più che giovanissima nel dedicarsi alla filosofia, in particolare alla filosofia dell’arte e agli studi storico-artistici. Il numero 198 sentenziava: «Non è vero che gli artisti debbano esprimere il contenuto di un’epoca: essi devono dare all’epoca un contenuto». Il che significava riconoscere il principio dell’autonomia dell’arte. Un pensiero che correrà per tutto il XX secolo, e che si pone alla base del moderno, a partire dalle prime avanguardie storiche.

A TAL PROPOSITO, Antonio Banfi nella postfazione agli Aforismi sull’arte (di nuovo in libreria per Abscondita nel 2021), e che il filosofo aveva curato e pubblicato nel 1945 con la traduzione di Rossanda, nell’indagare la lezione di Fiedler sottolinea che «il motivo fondamentale di questa intuizione è la critica al dogmatismo, all’affermazione di una realtà in sé assoluta, data come oggetto al conoscere sia nella forma sensibile che in quella concettuale». Rossana Rossanda vive questo periodo milanese di apprendimento e formazione, nel corso dei suoi vent’anni, mentre studia e traduce per esempio l’aforisma numero 87: «chi non s’è mai trovato in un punto da cui tutto gli è apparso incerto, non raggiungerà mai alcuna certezza». Appunto, «certezze» su cui discutere e che Rossanda sottoporrà di continuo a rivelatrici problematicità, fino alla fine.

ALLA SCUOLA DI BANFI (e delle pagine di Fiedler ma non solo) Rossanda entra in contatto, durante gli anni della guerra e del primo dopoguerra, con ambienti dalla straordinaria vitalità intellettuale e politica, in cui intravvede il valore di un sapiente disincanto, che di sicuro le viene anche dall’aver ascoltato riflessioni come quelle scritte da Banfi in postfazione al libro da lei tradotto.
Nell’elaborare l’idea di storia dell’arte sostenuta da Fiedler, il filosofo italiano dai molti allievi più che eccellenti in diverse discipline, scrive: «Storia, si badi bene, tutt’altro che progressiva, poiché spesso l’equilibrio si spezza, la sintesi artistica si affievolisce, i suoi vari momenti, nella loro determinazione empirica, si rendono indipendenti e si sviluppano per proprio conto – così Fiedler considera l’architettura gotica in confronto alla romanica – storia neppure continua poiché ogni sintesi artistica è un prodursi nuovo, un’assoluta scoperta, imprevedibile e geniale». Parole e suggestioni speculative che corrisponderanno a quanto nel secondo dopoguerra, spesso con dirompente discontinuità, pittori, scultori, poeti, scrittori, musicisti, studiosi, sentiranno di dover esprimere.

MA GIÀ PRIMA del 1945 Rossanda stava risalendo da Fiedler e dai sui aforismi attraverso opere e autori che erano la spina dorsale dei più altissimi contributi alla filosofia dell’arte e alla storia dell’arte (indimenticabile il suo splendente ricordo da lei scritto sulla Talpa de il manifesto il 12 gennaio 1984).
Lì i nomi dei suoi essenziali autori: Cassirer, Panofsky, Wölfflin, Riegl, Fiedler, Dvorak, Schlosser, Aby Warburg. Come ebbi l’occasione di scrivere per Ricche Minere, semestrale di storia dell’arte, si trattava di «opere e autori quasi del tutto sconosciuti e tantomeno studiati, anche perché non pubblicati nell’Italia degli anni Trenta e Quaranta; opere e autori che se volevi leggere e studiare, per farlo, dovevi conoscere il tedesco che, evidentemente, chi era ancora una ragazza nell’anno 1942 conosceva ‘non senza l’aiuto d’un dizionario’». Dunque, quei libri e innanzitutto la Biblioteca di Aby Warburg, «della quale miracolosamente trovavo lezioni e altri scritti» e che divennero «per alcuni di noi il luogo della problematicità». È l’inverno del 1942 quando Rossanda in assoluta solitudine studia nella Biblioteca d’arte del Castello Sforzesco: «Ho ancora diciassette anni, in quell’inverno, e la guerra ha un rombo attutito nella Sala del Tesoro».

DI ROSSANA ROSSANDA, scrittrice e precocissima storica dell’arte, questo suo stupore in una memoria che ci accompagnerà sempre: «Ci si poteva perdere, un po’ inebriati da quel che non si sapeva e si intuiva, nel gioco dei rimandi che spaccava tutte le antiche frontiere. Furono mesi di felicità intellettuale-giacché anche questa esiste- sottolineata da qualche superbia segreta. La sera potevo lasciare tutti quei libri sullo scranno, dal manuale di geometria proiettiva al finalmente ripescato Wölfflin, e l’indomani li avrei trovati, legati dal filo che io sola sapevo, una trama ritrovata (non ha scritto Ginzburg che la ricerca sul passato è simile a una detective-story?)».




Fonte: Ilmanifesto.it