Novembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Dopo un primo romanzo di grande successo La vita vera, pubblicato in Italia nel 2019 da Solferino, l’autrice belga Adeline Dieudonné torna con Cherosene (pp. 192, euro 17, traduzione di Margherita Belardetti), di recente pubblicazione per la stessa casa editrice milanese.
Di penna vivace e scrittura fragorosa, Adeline Dieudonné conferma con questa nuova commedia umana la sua abilità nel raccontare tramite ritratti, descrivendo le vite – disordinate e tragiche – dei suoi personaggi. L’autrice ci spiega di aver scritto il romanzo dopo il primo confinamento; tuttavia il tempo della storia rispecchia la nostra contemporaneità, non la più prossima ma quella pre-pandemica. Ci troviamo in una stazione d’autostrada nelle Ardenne e, quando la sera comincia a mischiarsi con la notte, un brulicare di personaggi inizia a entrare in scena. Il racconto si disvela fortuitamente nelle mosse di questi caratteri– fotografati a colori violenti. L’estetica della stazione di servizio, pur volendo assomigliare a quella dell’epopea on the road americana, resta profondamente europea.
Eccettuata l’unità d’azione, quella di tempo e di spazio sono rispettate in maniera meticolosa, ponendo il romanzo a cavallo tra quel canone greco che distingueva il genere della tragedia da quello della commedia. Grazie a una scrittura cruda e irruente, gli accenti tragicomici prendono con gusto le mosse del trash che si alimenta della desolazione e delle piccolezze che caratterizzano gli esseri umani. Nelle ore calde di una notte d’estate, si giocano le esistenze (sempre senza epilogo) di tante personagge e alcuni personaggi umani e non umani: si inseguono in una corsa immobile che lascia senza fiato.

La sua scrittura condensa i pregi del noir e del burlesco, maneggiando abilmente la ritrattistica del racconto breve e il romanzo d’appendice. Dove conduce questa libertà divertita?
Cherosene risponde a un bisogno di sfogarsi. L’ho scritto in buona parte subito dopo il primo lockdown, nel luglio 2020. Cherosene è la ridarella a un funerale, quel momento in cui devi scaricare la tensione, dove si sollevano emozioni, risate e lacrime, perché il corpo non può assimilare tutta la rabbia e il dolore che lo assalgono. Ho bisogno di tenere a bada il reale, e finora non ho trovato niente di meglio dell’umorismo. Ed è vero che nel libro si oscilla tra situazioni orribili, la sfasatura o l’esagerazione fino al punto che il riso prende il sopravvento. Adoro giocare con quel tipo di «cursore».

La scrittrice Adeline Dieudonné

I brevi capitoli che compongono la sua storia somigliano a scene di un unico atto di una commedia teatrale. Essi si rincorrono come scatole rotolanti, tanto che nella lettura ci si trasforma in spettatori costretti a correre per vedere il seguito. Si corre eppure si sta fermi. Vuole parlarci di questa corsa immobile?
Avevo voglia di cogliere un campione d’umanità in un determinato momento. Lo scenario della stazione di servizio è un luogo dove si incrociano tutte le classi sociali e, soprattutto, le persone non sono lì a rappresentarsi. Si rivelano. È questo campione che mi interessa. Siamo in una sera d’estate alle 23:12 in questa stazione di servizio. Quali sono le storie che appartengono a ognuno? Se fossimo al cinema, l’unico movimento della telecamera sarebbe uno zoom su ciascuno dei personaggi, all’interno del quale c’è sempre agitazione e dramma. Sono tutti in movimento quella notte per una ragione precisa, e la morte non è mai troppo lontana.

Il pregio comune a tutti i suoi personaggi è quello di incarnare il proprio disagio, talvolta la propria tragedia, senza fingere che le cose vadano o andranno meglio. Eccetto forse il figlio della coppia di ginecologi, il nipote di Monica, Olivier. Cosa hanno di insopportabilmente diverso lui e i suoi genitori?
Forse ciò che è diverso in loro è che aspettano la vita: che una nuova vita appaia e dia un senso alla loro. Mentre, in effetti, tutti gli altri personaggi sono più orientati verso la morte. Tranne Joseph forse, che sta cercando l’amore. Ma in questa famiglia di ginecologi, ciò che mi premeva mettere in luce era la «violenza benevola». Sembra un ossimoro, eppure oggi si parla molto della violenza che infliggi, o del dominio che eserciti, senza esserne sempre consapevole. È intrigante vedere come la stessa scena possa essere vissuta in modo così diverso da tutti i personaggi che coinvolge. Nell’episodio della visita ginecologica, Marie e Roger credono sinceramente che tutto sia normale e che stiano solo facendo del bene. Perché non vedono Julie come loro pari ma come una «matrice» o al meglio una futura madre. Scorgono in lei solo la sua funzione procreativa, ossessionati dal desiderio di diventare nonni.

La tragedia vissuta dal cavallino Red Apple è degna del miglior Stephen King. Perché – e in che modo un essere non umano – prende posto trale figure del suo libro?
In effetti, vedo noi umani come animali tra gli altri. Animali che si sono differenziati, in gran parte per il dominio che esercitano sul mondo vivente, ma pur sempre animali. Sono cresciuta in campagna, con cavalli, gatti, cani. Non so quanto sia complesso il pensiero di un cavallo, perché il linguaggio che abbiamo in comune è limitato. Ma so che un cavallo ha freddo, fame, paura. So che identifica gli altri suoi simili; tra loro si formano amicizie. È infelice quando il suo compagno se ne va, lo vediamo, lo esprime. Distingue gli umani che lo circondano, ha paura di colui che un giorno lo ha colpito, è felice di vedere arrivare colui che lo accarezza.
Tutto questo per dire che un cavallo, o un delfino, o una scrofa sono creature che meritano la stessa attenzione di un personaggio umano. Quello che mi interessava di Red Apple era esplorare dall’interno come ci si sente a essere un cavallo in un mondo dominato dagli umani. Cosa si prova ad essere legati? O a essere messi su un camion senza avere la minima idea di cosa aspettarsi? O a essere abbandonati in un prato senza acqua, riparo o cibo? A essere così dipendenti e vulnerabili? Con pochissimi elementi, la storia diventa rapidamente estremamente spaventosa.

Giocando con il tempo della storia, la sua scrittura ci immerge nel prima e nel dopo della vita dei suoi personaggi: nell’infanzia, la vita matrimoniale ma anche nelle loro ossessioni e nei loro desideri. Essi si incontrano all’inizio e alla fine del suo romanzo. A tutti è attribuito un capitolo, tranne a Victoire. Si tratta di una scelta voluta?
Sì e no. In effetti Victoire ha due capitoli. Inizialmente avevo scritto il primo e pensavo che sarebbe stato sufficiente. Era il ritratto di una personaggia, come fosse una foto. Raymond Carver lo fa favolosamente bene in alcuni dei suoi racconti in cui non c’è una vera storia, ma solo un’istantanea. Mi attraeva quell’approccio e volevo fare lo stesso. C’è questa modella in un loft di New York e tutto ciò che sappiamo di lei è che odia i delfini. Ovviamente, quando fai questo tipo di ritratto, come autrice, devi sapere cosa si trova fuori campo, cosa non viene rivelato alle lettrici e ai lettori. In sostanza, da dove viene questo fastidio profondo per i delfini? Pensavo di tenerlo per me, ma la mia casa editrice ha insistito. Così ho scritto un secondo capitolo, che non poteva venire dopo il primo. Dovevo lasciare un’ellisse tra i due. Sono contenta di averlo fatto perché getta una luce completamente nuova sulla personaggia. All’inizio sembra disumana, ma poi capiamo. Possiamo comprenderla.

Quali sono le scrittrici e gli scrittori con cui è cresciuta? «Cherosene» è in debito con qualcuno di loro in particolare?
Sì, con tutti senza dubbio. Ho iniziato a leggere con la Contessa de Ségur (riconosciamo Le memorie di un asino nella storia del cavallo Red Apple), Maupassant che mi ha fatto amare i racconti, poi Conan Doyle, Jack London, Stephen King. Mentre scrivevo Cherosene, ho letto Raymond Carver, di cui ho parlato sopra, che mi ha molto influenzata e Thomas Gunzig, un collega belga già tradotto in Italia. Poi ancora Otessa Moshfegh, che ho scoperto di recente e che possiede una affascinante miscela di stranezza e umorismo. Infine, ci sono i racconti di Patricia Highsmith, che divoro senza sosta.




Fonte: Ilmanifesto.it