Novembre 19, 2021
Da Il Manifesto
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Il tema del doppio affascina e inquieta. In letteratura rimanda a personaggi dalla personalità scissa, al drammatico e insolubile conflitto che li abita, alla diversa dimensione spazio-temporale in cui si muovono, a un’immagine di sé e dell’altro da sé che non può mai dirsi pacificata.

Ma il due può essere anche figura della compresenza e della complementarietà, dell’ascolto, del dialogo creativo, di uno sdoppiamento voluto e non subito.

L’Associazione Sic.12 Art Studio nasce a Roma in questo tardo e problematico 2021 proprio da uno sdoppiamento: quello con Sic.12 di Aix-en-Provence, fondata nel 2012 (occhio ai numeri e alla ricorrenza del due alternato all’1) da Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo come piattaforma multidisciplinare per la diffusione di spettacoli, concerti e mostre. Intorno alla mostra A due, inauguratasi a fine settembre, ruota infatti una serie di eventi collaterali, musicali, performativi, nonché di conferenze ed incontri, che proseguiranno fino a gennaio 2022.

Coppia affabile e formidabile di artisti-collezionisti che con l’apertura di questo Art Studio ha inteso colmare un vuoto: l’assenza a Roma di un museo o di una collezione stabile sull’Art Brut. Gustavo Giacosa, classe 1969, argentino di nascita e attore di formazione, conosce in Italia, nel 1991, il teatro basato «sulle persone e non sui personaggi» di Pippo Delbono, e partecipa alle produzioni teatrali e cinematografiche della compagnia. È questo ambito teatrale, lontano dagli stereotipi delle accademie e che non si riconosce nella definizione di teatro sociale, che orienta la sua ricerca sul rapporto tra arte e follia. Curatore di mostre come Banditi dell’arte alla Halle Saint-Pierre di Parigi, (2012- 2013), e Corps alla Collection d’Art Brut di Losanna (2017-2018), quasi naturalmente diventa collezionista di artisti irregolari, dalla psiche inquieta e non classificabili secondo schemi consueti.

Fausto Ferraiuolo è nato a Napoli nel 1965. Diplomato in Piano Jazz ad Alessandria, con studi a New York e Roma, ha esplorato il linguaggio tradizionale del jazz con Brian Harris. Per Delbono ha composto sia per spettacoli teatrali che cinematografici.

Un suo album del 2015 si intitola Ponti sospesi e Puentes è il nome con il quale il duo ha voluto chiamare la propria collezione. I ponti sono fatti per essere attraversati, per portare da una parte a un’altra, sono i custodi di un dialogo sempre possibile. Duplice è la metafora del ponte in questo contesto: all’interno della collezione indica nessi tra gli autori, apparentemente distanti per geografia e psicologia, mentre all’esterno si fa strumento di rispecchiamento, a distanza ravvicinata, con gli artisti dell’arte contemporanea.

La Galleria si trova all’Ostiense, proprio di fronte a un altro vuoto: quello degli ex-Mercati generali, chiusi dal 2002 e oggetto di mirabolanti progetti persi tra inconcludenza e irresponsabilità. Forse, si ragionava con Giacosa, non sarebbe male lasciarlo vuoto quello spazio, non tanto per un riflesso zen, improbabile a Roma, ma proprio come risultante finale dei processi storici e in attesa di epoche più pacate e collaborative.

L’attività dell’associazione – che dovrebbe in futuro diventare fondazione – parte qui a Roma con una mostra significativamente intitolata «A due» perché due sono i collezionisti e perché le opere esposte hanno come tema il doppio, lo speculare, il diviso, l’altro da sé, l’altro dentro di sé.

A Aix-en-Provence la mostra gemella, tenutasi tra gennaio e marzo dell’anno scorso (Galérie Zola e sala di esposizione della Bibliothèque Méjane, Cité du livre), esponeva un numero maggiore di lavori, di artisti brut ma anche di artisti della scena contemporanea. Qui la scelta curatoriale ha selezionato sedici autori unicamente brut. Il tema del doppio non è evidente a tutta prima perché gli universi personali e i procedimenti formali sono diversissimi e se c’è una qualità comune e immediatamente percepibile è il loro carattere d’urgenza e il manifesto o sotterraneo dolore che li percorre. Poi si intendono i rimandi e gli echi, i rispecchiamenti.

Charles Steffen (1927-1995) statunitense, ha avuto un’educazione artistica ufficiale in storia dell’arte e fotografia ma per disturbi psichici viene ricoverato con una diagnosi di schizofrenia e gli viene praticato l’elettroshock. Quando esce dall’ospedale, nel 1963, va a vivere dalla madre che diventa uno dei suoi soggetti ricorrenti insieme a figure fitomorfe, squamose, rugose, in perenne metamorfosi, a comporre quasi un codice Voynich contemporaneo. Qui a Sic.12 c’è un Girasole in piedi in posa basica, visto di faccia e di spalle, un ibrido tenerissimo e poetico.

Giovanni Galli, classe 1954, invece «aspetta la bomba» (Giovanni che aspetta la bomba è il titolo di una performance di Giacosa, musicata da Ferraiuolo, una delle tante portate in scena elaborando vita e opere degli artisti conosciuti e amati). La bomba dovrebbe esplodere alla fine dell’anno, forse, in occasione del suo compleanno, forse, e dovrebbe finalmente far deflagrare il suo conflitto sull’identità di genere e liberarlo. Nell’attesa, disegna percorsi scritti e figurati allo scopo di trovare la formula definitiva per la bomba nucleare. Dal 1994 ha frequentato La Tinaia, uno dei tanti atelier presso i luoghi di cura che hanno ricevuto grande impulso a metà anni ‘70 dalla riforma psichiatrica di Basaglia.

Uno dei temi più caldi intorno all’art brut è come considerare la produzione artistica nata nei luoghi di cura e il dibattito è ulteriormente complicato dall’immissione sul mercato di queste opere: confutazione pesante, a posteriori e a contrario, del postulato di Dubuffet che l’art brut avrebbe rivoluzionato «come un contro-potere i musei tradizionali» (Sarah Lombardi, direttrice del Museo di Art Brut di Losanna).

Aloïse Corbaz, losannese (1886-1964), e Carlo Zinelli, veronese (1916-1947), della Collezione di Losanna fanno parte fin dall’inizio, selezionati dallo stesso Dubuffet.

Anche loro sono qui con le loro «coppie»: Corbaz con un abbraccio fusionale tra due figure e Zinelli con le sue tipiche silhouette campite di nero su un tessuto di scritte e piccoli animali, asini, uccelli in gabbia.

William Tyler, statunitense, preciso, maniacale, si ritrae come una apparizione perentoria sfruttando i pieni e i vuoti che il contrasto tra il nero del pennarello e il bianco del foglio gli permette, con confini e contorni definiti. Dietro di lui c’è un’ombra, un doppio identico, il suo gemello. Ha perfino lo stesso berretto ma è meno assertivo e il pennarello costruisce questa figura con una trama reticolata, un diaframma di distanziamento.

All’ingresso ci accolgono i due ritratti di Giacosa e Ferraiuolo «convocati», come recita il titolo, da Michel Nedjar, nato nel 1947 in Francia da una famiglia di origine algerino-ebraica decimata durante la seconda guerra mondiale. Nedjar, che il 4 novembre è stato ospite de La Sapienza per una conferenza organizzata da Sic.12 e da Claudio Zambianchi, cattedra di storia dell’arte contemporanea, è stato apprendista in una sartoria e le sue creazioni di bambole-feticcio sono fortemente influenzate dai suoi viaggi in Asia e in Messico. Presenze dalla forte connotazione fantasmatica, come le sue opere su carta o su supporti di recupero.

La galleria è divisa verticalmente in tre ambienti: ufficio, bookshop (al cui interno, oltre ai molti cataloghi, introvabili altrove, ci sono «cimeli» dubuffettiani come lo statuto della Compagnie de l’art brut fondata nel 1948 da Dubuffet, André Breton, Jean Paulhan e Michel Tapié) e infine, al piano inferiore lo spazio espositivo dalle pareti bianche, al cui centro campeggia un pianoforte a coda. Un luogo rasserenante e proprio per questo adatto all’esperienza sempre perturbante (e per ciò stesso vitale) che questa produzione artistica inevitabilmente comunica.

SIC12 Art Studio APS
via Francesco Negri, 63/65, Roma. https://www.sic12.org/art-studio-1




Fonte: Ilmanifesto.it