Dicembre 17, 2022
Da Dinamo Press
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Nel 1929 Virginia Woolf scriveva un saggio dal titolo Una stanza tutta per sé. Il testo ripercorre i passaggi della grande esclusione delle donne dalla storia della letteratura e rivendica il loro diritto di inserirsi in una cultura che, fino ad allora, era considerata appannaggio degli uomini. Si trattava di una società profondamente patriarcale, molto diversa da quella che viviamo oggi.

Avere «una stanza tutta per sé», diceva la scrittrice, è sostanzialmente ciò che serve a una donna per emanciparsi.

Penso al testo di Woolf dopo aver parlato con Maria Iole Volpi, calciatrice dell’Atletico San Lorenzo e responsabile della scuola calcio di una realtà professionista. E mi viene alla mente una frase in particolare: «E infine il pensiero di quel solo talento che sarebbe stato un delitto nascondere, piccolo ma caro a chi lo possiede». È il termine «talento» a farmi fare una associazione così spericolata: Maria Iole Volpi è un talento calcistico, lo dimostra in campo e attraverso le parole. La incontro al Pigneto, un quartiere di Roma, una mattina fredda e piovosa. Ci sediamo ai tavoli della libreria Tuba e iniziamo una conversazione a proposito del calcio femminile, muovendo da una vicenda che la riguarda e che, si può dire, risulta piuttosto inedita: è l’unica donna a far parte della squadra di calciotto maschile dell’Atletico San Lorenzo e a giocare un torneo di sole squadre maschili.

L’Atletico San Lorenzo è una polisportiva dilettantistica di Roma che fonda la sua struttura societaria sull’azionariato popolare e le sue attività sul diritto allo sport. Dal 2013 ha creato numerose squadre che partecipano alle competizioni di diverse discipline: calcio e basket, maschile e femminile, e pallavolo mista. Oltre alle squadre per adulti, si trovano anche le categorie giovanili. Dal 2021 è nata la squadra di calcio maschile a otto, che partecipa alla Lega militando in Serie B.

È in questa squadra che Volpi torna a giocare dopo un lungo tempo nel calcio a undici: «Quando ho letto che l’Atletico San Lorenzo era alla ricerca di giocatori nella squadra di calcio a otto mi sono proposta. Ho conosciuto l’Atletico grazie ad alcune amiche che hanno seguito il progetto dall’inizio. Io non sapevo neanche cosa fosse il calcio popolare».

Il campo mancava molto a Volpi, che considera lo sport una parte fondamentale della propria esistenza. «Dopo due anni che non giocavo sono riuscita a incastrare il mio lavoro con gli allenamenti del calciotto. Facciamo parte di una Lega molto giovane e sperimentale, per questo è stato più facile introdurmi come atleta. Al contrario, la federazione calcistica e i suoi comitati regionali, che gestiscono i tornei di calcio a undici, sono molto più radicati e strutturati e, di conseguenza, hanno difficoltà a iscrivere una donna nella squadra maschile».

Il richiamo a un’altra vicenda è immediata: in Olanda, Ellen Fokkema è stata la prima donna a scendere in campo nel corso di una partita disputata tra squadre maschili. La KNVB (la federazione calcistica olandese) ha più volte rifiutato la proposta di registrare una donna nelle liste della squadra.

La perseveranza della società – e la tenacia della giocatrice – hanno indotto i dirigenti a cambiare idea e ad attuare un programma che consentisse alle donne di competere con gli uomini.

La domanda è inevitabile: cosa si prova a giocare in una squadra con altri dieci uomini? Volpi racconta la propria esperienza nella squadra maschile dell’Atletico San Lorenzo: «Nonostante riconosca tante differenze sul piano fisico e comportamentale, sono riuscita a inserirmi nel gruppo senza difficoltà. C’è disponibilità e rispetto, sia tra i compagni di squadra sia tra gli avversari. L’Atletico è una realtà complice, già educata da questo punto di vista, ma nel caso di altre squadre non è scontato essere accolta senza esitazioni». Il piano umano non sempre coincide con quello sportivo. La vera sfida è trovare un equilibrio tra tecnica e abilità, capacità e gioco. La diversità del corpo è evidente, il punto di forza può essere la tattica, la rapidità, la visione di gioco.

Volpi parla di psicologia e di condizione mentale: «Questo confronto evoca il senso dello sport più autentico: la competizione significa sapere chi hai di fronte. Il discorso si fa così più complesso e interessante: saper giocare alla pari, essere attenti all’avversario, moderare il contatto con l’altro. È un esperimento che aiuta a far emergere il bello dello scambio di generi». Ciò che conta, infine, è la palla che viaggia in campo; e una sorta di correttezza e di rispetto nei confronti del gioco-calcio: «Se non mi fossi sentita in grado di competere a quel livello non avrei mai chiesto di entrare nella squadra, perché non sarebbe stato rispettoso. Affinché l’esperimento funzioni la differenza deve essere un valore aggiunto, non un pretesto per abbassare il livello della competizione».

Il sorriso di Maria Iole Volpi si fa ancora più grande quando descrive il suo ingresso nella struttura prima di una partita. E soprattutto quando parla di quel luogo sacro di tutti gli sport: lo spogliatoio. Quella frontiera dove tutto accade, riserva naturale per sfogare le proprie ansie e frustrazioni, le proprie speranze e ambizioni. Lo spazio che può ospitare i momenti ombrosi, sorridenti, scontrosi, eccitati, permalosi, silenziosi. In conclusione, «l’iper-luogo dove si crea l’anima della squadra e regna un realismo magico, il contenitore di simboli con riti auto-referenziali e pseudo-religiosi», per dirla utilizzando le parole di Bruno Barba (Un antropologo nel pallone, Booklet 2007).

Volpi è puntuale e rivendica il suo posto: «Sanno tutti della mia esistenza, lo staff è già informato. Mi riservano uno spogliatoio tutto per me. Questo deve esserci, su certe cose non è possibile improvvisare».

Mi colpisce quante volte Volpi ripeta come può assumere forza una richiesta nel momento in cui la si avanza, riferendosi alla domanda di essere accolta in una squadra maschile. Spesso l’esclusione è preconcetta e introiettata, rafforzata da una frase ormai sepolta – “il calcio non è un gioco per donne” – il cui concetto è capace di emergere da implicite battute e sottesi pensieri. La richiesta di Volpi, così, diventa la mano che batte sulla porta e chiede di entrare. «Sono debitrice verso l’Atletico perché ti permette di essere quello che sei con semplicità, senza difficoltà. Per essere una persona sportiva si crede in determinate qualità strutturali e fisiche, ma non è sempre vero. Questa idea sta cambiando, soprattutto in Italia e nel calcio, ovvero lo sport per cui tutti vanno pazzi e che può fare da apripista ad altre discipline. Il corpo delle donne è diverso da quello degli uomini, ciò è innegabile, ma può essere allenato, preparato, esercitato».

Tanti allenatori, a proposito del calcio femminile, pensano sia meglio ridurre le dimensioni della porta, giocare con un pallone più leggero, realizzare un campo più piccolo. «Può darsi – ribatte la giocatrice – ma prima di considerare questa ipotesi è giusto che le ragazze arrivino al massimo della loro potenzialità: fino a qualche anno fa le atlete erano formate da preparatori poco qualificati perché il calcio femminile era degradato a sport minore, così determinate abilità non sono ancora sviluppate. La professionalità non è cruciale solo nel gioco, ma anche e soprattutto nella formazione»

La riflessione di Maria Iole Volpi è maturata nel corso della sua lunga esperienza. Adesso la giocatrice ha 39 anni e il suo ingresso nel calcio è iniziato a 14: «Sono nata e cresciuta a Rieti. Fino all’adolescenza ho giocato a pallavolo, ma la mia vera passione era il calcio. Ho sempre girato con il pallone tra i piedi». Amava Holly e Benji, uno dei cartoni giapponesi più famosi in Italia, trasmesso dalle nostre televisioni a partire dalla fine degli anni Ottanta. È molto grata alla famiglia, che l’ha sempre sostenuta: «Tutti i giorni da Rieti mi portavano a Roma per inseguire quella che era la mia passione. I miei genitori erano ignoranti, nel senso proprio del termine: ignoravano anche solo l’idea che io potessi giocare a pallone».

Da qui, Maria Iole Volpi ha intrapreso un percorso agonistico, giocando prima nella Lazio, poi nel Milan, nel Bardolino, fino ad andare in Spagna. «Al mio ritorno sono andata alla Roma e lì ho sposato l’intero progetto, finendo la mia carriera in serie B». Quando ha smesso di giocare, è accaduto un momento significativo per lei e, in parte, per il mondo del calcio femminile: viene convocata per allenare la squadra femminile delle under 12 nella Roma, appena formatasi. Nel 2015, la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) ha imposto alcune norme, tra cui l’impegno da parte delle società di tesserare almeno 20 giocatrici under 12 all’interno del proprio settore giovanile. Si è trattato di inserirsi in un contesto storicamente frequentato da uomini: «Non è stato facile, su alcune cose mi sono dovuta adattare. Poi piano piano sono entrata in contatto con l’ambiente e la società. A oggi, la figura più al vertice di tutta la AS Roma femminile è una donna. Ci sono voluti anni, ma è stato un processo che è arrivato quasi a un punto di normalizzazione».

Se pure sollecitate dalla FIGC, molte squadre hanno iniziato ad attuare un programma di sviluppo per parificare il calcio femminile a quello maschile.

Secondo il Bilancio Integrato 2020, realizzato dalla FIGC, il numero delle calciatrici tesserate nella federazione è di 31.390, in aumento di circa il 13 percento rispetto alla stagione 2018/2019; e le società di squadre maschili, tra il 2019 e il 2020, hanno iscritto 5.810 calciatrici under 18 per formare squadre femminili, di cui il 46 percento di età inferiore ai 12 anni. «Devo riconoscere che la maggioranza delle squadre professionistiche maschili – dice Volpi – ha accolto la proposta di formarsi e crescere in questo senso. Alcune società hanno proceduto in maniera superficiale, tesserando persone legate da rapporti amicali, a volte anche familiari, mentre tante altre hanno creduto nel progetto e hanno considerato il livello delle giocatrici, raggiungendo risultati concreti».

Fino a qualche anno fa, per legge, non si poteva essere tesserate in una squadra come allenatrice e contemporaneamente giocare in un’altra squadra come atleta. Anche in questo senso Volpi ha rappresentato un caso insolito. L’Associazione Italiana Allenatori, presieduta da Renzo Ulivieri, ha inserito una deroga a questo vincolo. «Ulivieri è sempre stato vicino ai bisogni e alle esigenze delle donne. Le giocatrici, non essendo pagate come atlete, non potevano rinunciare al lavoro da allenatrice, retribuito e tutelato. Così, per due anni, l’Atletico San Lorenzo, dove giocavo, ha interagito con la AS Roma, la società per la quale allenavo, al fine di garantire entrambe le attività».

Ora questi espedienti non serviranno più, perché dall’estate del 2022 fare la calciatrice in Italia è una professione. La Federazione calcistica italiana ha reso la Serie A femminile – il massimo campionato nazionale – un torneo professionistico a tutti gli effetti, garantendo alle giocatrici atlete tutele e compensi. Questo è un traguardo significativo che ambisce a rendere quello “spogliatoio tutto per sé”, dove Maria Iole Volpi si cambia e si prepara prima di entrare in campo, uno spazio “tutto per noi”.

Foto da pagina fb Atletico San Lorenzo




Fonte: Dinamopress.it