Gennaio 12, 2023
Da Rivista Malamente
218 visualizzazioni

Da Rivista Malamente n. 17, mar. 2020 (QUI IL PDF)

Di Marc Badal

Marc Badal Pijoan (Barcelona, 1976) è un attivista e ricercatore nell’ambito della cultura rurale e della critica all’industrializzazione delle campagne; ha partecipato a diversi progetti e sperimentazioni agroecologiche e montane. Nello scritto che presentiamo descrive le ragioni ma anche le difficoltà in cui incorrono i tentativi di riprendere il testimone perduto dell’agricoltura tradizionale. Un’eredità che andrebbe recuperata e applicata, integrandola però a nuove conoscenze e sperimentazioni, strappando i saperi contadini, proprio nel momento della loro agonia, ai tentativi di fossilizzazione folcloristica e accademica. Non si tratta di “tornare indietro” a un’improbabile età dell’oro contadina, ma di sgomberare il campo da tecniche distruttive e guardare avanti, al di là di un’agricoltura industrializzata che, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, altro non è che il trasporto nei campi di mezzi, metodi e mentalità da guerra. Questo testo è stato pubblicato su “Resquicios: revista de crítica social” (n. 6, aprile 2009) e ha avuto una prima traduzione italiana a cura di ACRATI (Bologna); lo presentiamo in una versione rivista, di molto ridotta e priva di note.

Illustrazioni di Rob Barnes

Il miraggio dell’agricoltura industriale si è dissolto. La generazione che da giovane era stata trascinata dalla corrente modernizzatrice invecchia, sapendo che l’esca del produttivismo l’ha portata in una strada senza uscita. Il degrado delle basi ecologiche che sostengono le attività agricole ha superato in molti luoghi la soglia della reversibilità. L’esaurimento e l’inquinamento delle acque, la perdita di terreni fertili, la scomparsa della biodiversità, il consumo sfrenato di combustibile fossile e la produzione enorme di rifiuti sono processi ampiamente conosciuti.

Mentre continuano a non risolversi molti i limiti delle esperienze che, già negli anni Settanta, credevano di trovare nell’ambiente rurale il luogo adatto in cui proiettare le proprie fantasie rivoluzionarie, il corso accelerato degli eventi ci colloca in un nuovo scenario. Senza abbandonare la sua condizione di fonte energetica e di materia prima per l’industria, di deposito di rifiuti o di luogo di passaggio a disposizione delle necessità espansionistiche della macchia urbana, per l’immaginario collettivo di questa società tanto civica quanto sostenibile, il cosiddetto spazio rurale ha smesso di essere quel pernicioso incolto culturale impregnato di autoritarismo, tradizionalismo, conservatorismo e ignoranza. Al contrario, ora tutto ciò che suona tipico, rustico o naturale gode del potere seduttivo dell’esotismo avidamente rincorso e consumato da una cittadinanza appesantita da «innovazioni caotiche e straripanti» (O. Gross). Ma l’immagine idilliaca messa a disposizione dei visitatori della domenica e degli agrituristi ha poco a che vedere con la realtà di un mondo rurale pienamente integrato alla cultura e al ritmo della vita che ben conoscono ma ai quali tentano, invano, di girare le spalle nella loro breve fuga vacanziera.

Trasformato nel retro cortile delle aree metropolitane, quello che una volta era conosciuto come ambiente rurale, è ora uno spazio asservito alle strutture politiche e ai processi economici che tanto efficacemente debilitano ed emarginano qualunque tentativo di organizzazione autonoma della quotidianità. I collettivi che oggi lavorano nella costruzione di processi sociali emancipatori partendo dall’ambito agricolo, senza potere eludere né risolvere i conflitti e le disfunzioni proprie di ogni organizzazione comunitaria e assemblearia, devono confrontarsi con la pressione di un ambiente fortemente ostile. Un ambiente in cui la speculazione galoppante, la crisi ecologica, l’illegalizzazione di molte pratiche domestiche e artigianali o la generalizzazione delle abitudini e dei mali propri della civiltà tecnica, rendono enormemente difficile l’accesso alla terra e trasformano ciascuna di queste piccole iniziative in un’avventura piena di sacrifici.

Quando i cambiamenti si susseguono a un ritmo così accelerato come nell’ultimo secolo, la distanza culturale tra generazioni successive si allarga fino a che, nonostante la convivenza e il lavoro condiviso tra progenitori e loro discendenti, la morte degli anziani implica la perdita di quei saperi che avevano garantito la riproduzione delle comunità fino a tempi recenti, ma che nel nuovo scenario non servono più. Da decenni si è smesso di utilizzare il patrimonio culturale che sosteneva l’agricoltura preindustriale, tuttavia è proprio adesso, mentre stanno morendo le ultime persone che ancora le impiegavano, che quelle conoscenze si vedono irrimediabilmente condannate alla condizione di folcloristici anacronismi.

Oltre a ciò che comporta questo passaggio per la ricchezza culturale di qualunque società, la scomparsa degli ultimi testimoni viventi di un mondo che, come tanti altri, è stato assorbito dalla voragine dell’omogeneizzazione moderna, aggiunge un’ulteriore difficoltà per coloro che vogliono sperimentare nuove forme di relazione con la natura e di organizzazione del quotidiano. Accettando l’impraticabilità del modello agroindustriale si rende infatti necessario ricorrere ad altre fonti di sapere con le quali costruire nuovi sistemi di produzione, e sembra evidente che l’agricoltura tradizionale, adattata ai territori che abitiamo, è una delle migliori opzioni cha abbiamo a nostra disposizione. Sebbene le persone interessate a recuperare queste conoscenze dispongono di abbondante materiale prodotto dalla storiografia, dall’etnografia o dall’antropologia, questo recupero mummificato nei libri o nei musei manca del valore e della freschezza che offrono i ricordi e l’esperienza di chi conobbe e praticò un’agricoltura che ancora non era stata colonizzata dalla logica industriale. In questa situazione, la morte di questi preziosi informatori trasforma in urgenza il compito di recuperare quel poco che ancora rimane dell’insieme di saperi preindustriali.

Se molte delle persone che stanno praticando l’agricoltura ecologica già da più di tre decenni si sono spontaneamente interessate e hanno incorporato nei sistemi produttivi le conoscenze che i vicini o gli anziani hanno loro offerto, si è dovuto attendere fino agli anni Novanta perché una corrente con un minimo di favore nell’ambito delle scienze agronomiche riconoscesse il valore di questo patrimonio culturale. Un corpus teorico che si presenta come la critica definitiva al paradigma dell’agronomia attuale e che attinge da diverse scienze per impostare un nuovo modello di sviluppo rurale. È più o meno in questi termini che si sviluppa il discorso dell’Agroecologia, una corrente accademica che, con la sua critica scientifica al modello agroindustriale, è riuscita a penetrare in molti settori insoddisfatti della condizione dell’agricoltura e dell’ambiente rurale. La capacità di attrazione di questa nuova idea si fonda sul fatto che chiunque può intenderla come più gli aggrada, il che senza dubbio è un gran vantaggio nella vetrina delle bandiere ideologiche alternative.

L’Agroecologia soffre degli stessi mali delle altre eresie accademiche che non escono dai propri cortili: dopo una dettagliata critica dei processi storici che ci hanno portato a una realtà addirittura più insopportabile che insostenibile, cadono nella triste litania di chi vuol cavare sangue da una rapa. Di chi chiede ai governi e agli organismi finanziari che smettano di servire gli interessi delle multinazionali o delle oligarchie locali, per promuovere il benessere delle popolazioni. Alla fine dei conti, nient’altro che l’indecoroso sigillo di un ecologismo riformista che confida nella capacità di esperti benintenzionati (tecnici e politici) per inventare soluzioni in grado di farci uscire dal pasticcio nel quale ci troviamo, evitando qualunque rottura sociale o culturale con lo stato di cose presente.

Nelle loro ricerche sulla razionalità ecologica della produzione contadina, autori come Victor Manuel Toledo o Miguel Ángel Altieri hanno scoperto che le conoscenze impiegate dalle comunità contadine appartengono a un’infinità di discipline scientifiche quali l’astronomia, la meteorologia, la geologia, l’ecologia, la botanica, l’agronomia, la fisiologia, la geografia, la medicina ecc. Un insieme di saperi omogeneo per il modo di pensare contadino che questi autori hanno parcellizzato per poterlo spiegare al loro pubblico moderno. La classificazione più diffusa nei testi agroecologici è quella proposta da Altieri, che incasella le conoscenze contadine in tre categorie:

  • La conoscenza delle tassonomie biologiche locali.
  • La conoscenza dell’ambiente.
  • La conoscenza delle pratiche agricole di produzione.

Come ben si sa, il sapere contadino si acquisisce e si convalida attraverso la trasmissione orale e l’esperienza condivisa; non si accumula né si trova nei libri o negli archivi ma nell’insieme di strumenti, tecniche e strategie utilizzati dalle comunità. Ciò significa che gli sforzi fatti da quelle discipline scientifiche che vogliono recuperare questo sapere riescono solo a mostrare frammenti di una conoscenza che non possono, né pretendono, ricreare. Quando le comunità che producono e sostengono un sistema di conoscenza di questo tipo spariscono, o quando ciò che sparisce è l’ambiente nel quale svolgono la loro vita, lo sforzo per documentare parte dei loro saperi non risulta completamente inutile posto che ipoteticamente altri potrebbero usarli, ma per quanti compendi e musei si facciano, senza il loro ambiente sociale ed ecologico può conservarsi la conoscenza sul corpus del sapere contadino, ma non questo in quanto tale.

I rappresentanti dell’agroecologia accademica non si limitano al mero recupero di conoscenze accantonate dalla modernizzazione ma difendono l’utilità dei saperi contadini e la necessaria articolazione tra la conoscenza scientifica e il sapere contadino in un processo che hanno battezzato «dialogo di saperi». Il problema risiede nel sapere se è possibile un dialogo che non cada nell’indottrinamento scientifico del contadinato, né in un interscambio diseguale tra un sapere contadino che apporta materie prime empiriche in forma gratuita e una conoscenza scientifica che lucra sui prodotti elaborati dalla sua razionalità.

In quei luoghi dove la gente di campagna ricopre già un ruolo abbastanza vicino a quello di “giardinieri della natura”, le istituzioni statali e locali stanno promuovendo con fondi pubblici un’infinità di iniziative che esibiscono e divulgano parte di un sistema culturale ormai trasformato in una réclame turistica: ad esempio mulini, frantoi, segherie e altre infrastrutture preindustriali restaurate come spazi educativi per scolaresche o visitatori della domenica e che, salvo rare eccezioni, non sono mai utilizzate con il fine per il quale erano state costruite; o la recente proliferazione dì manifestazioni nelle quali si mettono in scena momenti del lavoro agricolo tradizionale, come la mietitura e la trebbiatura del cereale, altrettanto vergognosi dei musei casalinghi dove si raccolgono reliquie che non tanto tempo fa facevano parte del lavoro quotidiano; o l’immagine di tanti strumenti e attrezzi agricoli restaurati per adornare giardini e dimore di stabilimenti per il turismo rurale. Attività sotto le quali soggiace la volontà di promuoversi sul mercato di territori-impresa, il mero interesse lucrativo, o l’entusiasmo di filantropi tanto orgogliosi del modo di vita dei propri avi quanto soddisfatti del processo di modernizzazione che ne ha consentito la liquidazione.

Lasciando da parte questo recupero snaturato dei saperi contadini, esistono molteplici esempi di una loro attuale applicazione nel governo di terreni agricoli, pascoli, greggi o boschi. È sicuramente nell’ambito dell’agricoltura bio-ecologica che è più diffusa questa volontà di incorporare agli attuali sistemi produttivi alcuni di quegli usi e saperi disprezzati dall’agronomia convenzionale. La convinzione dell’impraticabilità del modello agroindustriale e la fiducia in un modello di appropriazione della natura che ha saputo adattarsi lungo i secoli alle dinamiche ecosistemiche senza minare le basi della sua rinnovabilità, spiegano l’interesse per le conoscenze contadine. Ma non si deve commettere l’errore di identificare la produzione agricola bio-ecologica con un semplice ritorno alle pratiche agricole tradizionali. Lontano da questo falso stereotipo, gli aspetti recuperati dell’agricoltura tradizionale autoctona (o di altri luoghi del mondo) formano parte di sistemi di conoscenza e lavoro dove dominano gli apporti di diverse scuole moderne di agronomia; dalle “eccentricità” per niente “tradizionali” della biodinamica o della permacoltura, agli ultimi ritrovati della scienza e dell’ingegneria agricola.

Una volta che l’agricoltura bio-ecologica ha conquistato la categoria di alternativa consentita inizia a essere appoggiata dalle istituzioni statali che «mirano a rafforzarne il significato strategico come mercato per l’industria neo-chimica, come nuovo ramo in cui realizzare un’accumulazione molto veloce di capitale, come formula ideologica per tranquillizzare chi osserva con inquietudine l’ecocidio in corso e come aggregazione di tecniche di coltivazione che forse consentiranno all’ordine costituito di uscire dal pantano nel quale si trova a causa della brutalità e rozzezza dell’agricoltura convenzionale» (F. Rodrigo). Questo critico, studioso del rurale, ci ricorda che anche l’agricoltura bio-ecologica è contaminata non solo dalla sua integrazione al capitalismo “verde”, ma anche dalla sua dipendenza dall’industria chimica e biotecnologica. Una realtà che dovrà essere tenuta ben presente nel valutare la pratica di quei collettivi che legano la propria attività agricola a una strategia politica per il cambiamento sociale o quando si vuole analizzare, come facciamo ora, l’interesse che questi collettivi mostrano per le conoscenze contadine preindustriali.

A grandi linee, si può affermare che queste esperienze costruiscono un loro proprio sistema di conoscenze a partire da tre fonti: le scienze agronomiche convenzionali, le diverse scuole di agricoltura bio-ecologica e il patrimonio culturale contadino. La rilevanza che in ciascun caso può avere la terza di queste fonti dipenderà dal bagaglio culturale di chi compone il gruppo, dai suoi obiettivi e dalle condizioni in cui si sviluppa l’attività. Frequentemente in queste esperienze si impiegano tecniche, strumenti, materiali, componenti e utensili che non avrebbero accesso in aziende agricole moderne, ma che possono risultare adeguati in piccole esperienze che hanno budget esigui e dispongono di scarse risorse materiali.

Nella coltivazione dell’orto, attività comune a tutti i gruppi che “ritornano alla terra”, si usano strumenti manuali che in realtà non hanno mai smesso di essere impiegati ma che in alcuni di questi progetti, per ragioni ideologiche o per motivi legati alla loro precarietà, si utilizzano più frequentemente, spesso per realizzare compiti che in altre aziende sarebbero meccanizzati. L’uso di strumenti classici come la vanga o il badile si combina con i congegni moderni come la motozappa, le piantatrici e gli spruzzatori agricoli. Per dissodare la terra l’uso della motozappa, quando non del trattore, è praticamente generalizzato, essendo molto pochi gli orti lavorati a mano con vanghe o strumenti simili. La mietitura delle coltivazioni erbacee estensive (foraggi, cereali, leguminose…) continua a essere praticata con roncole o falci fienaie quando si tratta di superfici relativamente piccole, come accade anche per la mungitura e la tosatura manuale che si pratica solo per piccoli greggi domestici ma non in allevamenti con aspirazioni commerciali. Per quanto riguarda i lavori forestali, la motosega e l’estirpatore meccanici hanno sostituito le grandi accette e seghe impiegate nella potatura e nel disboscamento, ma per i lavori più leggeri, come il tagliare i rami o lo spezzare la legna, continuano a essere impiegati strumenti manuali.

L’introduzione del macchinario di solito è più limitata e selettiva in questo genere di esperienze, come si nota dalla preferenza per macchine piccole e nella resistenza a introdurre nuovi marchingegni, oggi massicciamente estesi in alcune zone, come per esempio i vibratori per la raccolta delle olive che sveltiscono notevolmente il lavoro ma che rendono noiosa e fastidiosamente rumorosa un’attività che prima si svolgeva in un ambiente propizio per pensare, conversare o cantare. Di fronte alla meccanizzazione motorizzata, estremamente cara e dipendente (combustibile, riparazioni, ricambi), c’è inoltre la possibilità di lavorare con animali da tiro. Un’opzione sulla quale ironizzerebbe la maggioranza degli ingegneri che, dall’alto della loro conoscenza tecnica, si dimenticano che, per esempio, per alcuni tipi di lavoro forestale gli animali sono ancora insostituibili. Sebbene continuino a essere rari i casi di persone che lavorano la terra con l’ausilio di animali, è prevedibile che con l’aumento del prezzo dei carburanti e con la diffusione delle conoscenze necessarie per il loro governo, questa opzione vada guadagnando importanza.

Abbastanza più generalizzata, sebbene non tanto come porterebbe a pensare la fama che nell’ambiente bio-ecologico hanno acquisito determinati progetti, è il recupero delle varietà locali. Un impegno che da decenni condivide chi intende la produzione bio-ecologica come qualcosa che va al di là di un affare e che vede in queste sementi, adatte alle condizioni ambientali della zona, un elemento chiave nello sviluppo di sistemi produttivi più efficaci dal punto di vista ecologico e meno dipendenti da quello economico.

Senza la rete del vicinato che consenta lo scambio di sementi e di animali, imprescindibile per garantirne la praticabilità a lungo termine, senza l’informazione necessaria per la loro coltivazione e utilizzo e senza una cultura culinaria basata su tali alimenti, lo sforzo per generalizzare queste varietà diventa davvero notevole e solitamente non porta alla risoluzione dei rischi dell’endogamia genetica, né assicura l’assorbimento nel mercato abituato al sapore degli ibridi. Ma comunque, se non vogliamo aggrapparci agli ibridi o ai transgenici non restano molte altre possibilità che ricorrere alle varietà locali (non necessariamente autoctone) ed esplorare le possibilità che offrono; come di fatto sta facendo, spesso con risultati soddisfacenti, un numero crescente di persone nei loro orti domestici o nelle cooperative di produzione in cui lavorano.

È bene ricordare che nei gruppi di cui ci occupiamo, il recupero della cultura contadina non obbedisce ad alcun genere di sciovinismo stantio né a un attaccamento all’antico. Poco importa il luogo di provenienza delle pratiche che possono risultare interessanti, tanto che gli elementi recuperati della cultura locale convivono con altri importati da differenti contesti culturali. Il recupero di tecniche tradizionali e il loro adattamento agli attuali sistemi produttivi bio-ecologici non è da confondere con una sorta di risorgimento dell’agricoltura contadina preindustriale. Un obiettivo che probabilmente nessuno desidera e che indubbiamente è del tutto irrealizzabile dopo due secoli di profonda semplificazione e deterioramento degli ecosistemi agricoli e forestali.

Lo studio delle fonti documentali svolge un ruolo marginale nel recupero delle conoscenze contadine da parte di quei gruppi che non possono dedicare troppo tempo a passeggiare per biblioteche o ad assistere a conferenze e seminari. Per questa ragione, il contatto quotidiano con le persone anziane della zona acquisisce un’importanza fondamentale e i risultati di questi metodi di ricerca dipendono dalle circostanze nelle quali avviene questa interazione. In genere, la relazione tra questo tipo di esperienze e la popolazione oriunda deve superare una serie di barriere che sarebbe sbagliato attribuire esclusivamente alla zotichezza dei paesani e al loro rifiuto di fronte alle novità anzi, in molte occasioni, le barriere erette sono solo una risposta ai pregiudizi di chi atterra in un ambiente che assolutamente non conosce con la testa piena di brillanti teorie e verità assolute.

Alcune delle caratteristiche del gruppo appena arrivato possono contribuire a far sì che l’avvicinamento sia più o meno difficoltoso. Così, un gruppo di venti e passa persone che convivono nella stessa casa lo renderà più difficile rispetto a una famiglia con bambini, un gruppo che si stabilisce nel centro urbano o nelle immediate vicinanze del paese può essere maggiormente facilitato rispetto a un altro che si insedia in nuclei lontani e abbandonati dove a nessuno del luogo verrebbe in mente di vivere; e certamente un collettivo formato da persone che parlano la lingua del posto sarà sempre accettato più rapidamente. Abituate, come sono le persone anziane, a vedere i loro discendenti mostrare scarso interesse a conoscere i particolari dei lavori che praticarono in gioventù, il fatto che estranei appena arrivati, spesso con titoli universitari sotto il braccio, si occupino di quelle vecchie storie risulta loro tanto scioccante quanto gratificante. E più ancora quando vedono che questi nuovi vicini mettono in pratica alcuni degli insegnamenti che hanno loro trasmesso.

Talvolta la reticenza a raccontare la propria esperienza non viene solo da una certa sfiducia ma anche dalla scarsa valorizzazione dei saperi che possiedono e dal complesso di inferiorità che gli anziani hanno sviluppato dopo aver, per tanti anni, ricevuto il disprezzo e lo scherno delle generazioni più giovani, impregnate di un arrogante fervore produttivista. Ecco perché quando ripetono i luoghi comuni sull’impraticabilità produttiva dell’agricoltura bio-ecologica sembrano aver dimenticato che gli alimenti non sono sempre stati prodotti in modo industriale. Succede anche che, semplicemente, queste fonti di informazione invecchiate non ricordino alcuni particolari che potrebbero essere di grande interesse o non sappiano spiegare il perché di alcune pratiche che utilizzavano. E per quanto sembri curioso, esistono alcuni segreti ben conservati (ricette per la preparazione di medicinali, il luogo in cui si trovano i funghi più pregiati ecc.) che, è chiaro, non saranno comunicati e meno che mai a persone praticamente sconosciute. Più frequente e meno simpatica però è l’abitudine molto radicata tra gli uomini anziani di non far caso alle donne che mostrano interesse per le loro conoscenze. L’immagine di uno degli anziani che rivolge la parola e lo sguardo esclusivamente ai partecipanti maschi quando si rivolge a un auditorio misto è tanto abituale quanto quella di sua moglie che guarda in silenzio il marito raccontare cose che, in molti casi, lei saprebbe spiegare anche meglio. Elencando questa serie di problemi non si vuole negare il valore dell’avvicinamento al mondo contadino partendo dal quotidiano quanto, piuttosto, mettere sul tavolo le precauzioni che si dovrebbero prendere nell’affrontarlo.

Nelle esperienze nelle quali si presume che dietro la produzione di alimenti ci siano obiettivi politici emancipatori, si dovrebbe sempre tenere presente che non è a causa della scomparsa delle conoscenze sull’agricoltura, sulla costruzione, sull’allevamento, sulla raccolta di piante boschive o su qualunque altro tesoro custodito dalla gente di campagna del recente passato, che noi esseri umani non sappiamo più stare insieme, servirci l’un l’altro e avere pazienza verso i difetti del prossimo come verso i propri. Di conseguenza, per completare l’analisi della relazione che questi collettivi stabiliscono con la cultura contadina, insieme agli aspetti tecnici trattati nelle pagine precedenti dovranno essere esaminate alcune delle caratteristiche culturali ed economiche proprie delle società contadine, identificabili anche nella pratica e nella teoria di tali gruppi.

Uno dei referenti più importanti degli studi contadini moderni è Alexander V. Chayanov che, fino al momento della sua deportazione in un campo di lavori forzati nel 1930, tentò di costruire una teoria specifica del modello di produzione contadino. La sua definizione della produzione contadina include aspetti come ad esempio il basso livello di capitali, l’uso di mezzi tecnici locali e il carattere familiare delle aziende, applicabili anche ai gruppi ai quali facciamo riferimento in questo testo. Un’equivalenza relativa dato che, pur essendo vero che il livello di capitale utilizzato da questi gruppi è basso rispetto a quello delle aziende agroindustriali, è comunque molto superiore a quello che una volta possedevano le comunità contadine. D’altro lato, sebbene le tecnologie che utilizzano, come si è visto, comprendano elementi della cultura produttiva locale, ricorrono anche a tecniche e strumenti provenienti da altri luoghi e a diverse merci industriali. Infine, rispetto al carattere familiare, è innegabile la distanza che esiste tra una famiglia contadina tradizionale e qualunque di questi collettivi, anche se la natura delle relazioni e dei conflitti che si sviluppano all’interno di questi gruppi ricordano molto spesso le dinamiche proprie dell’ambito familiare.

Nelle economie contadine la retribuzione della forza lavoro non ha un salario o un compenso fisso ma si detrae dal prodotto come consumo e, pertanto, resterà soggetta alla produzione totale raggiunta. È una razionalità economica nella quale la rigenerazione del gruppo domestico (dei suoi componenti) viene prima dell’ottenimento di un profitto adeguato al capitale investito o alle ore di lavoro svolto. La priorità dell’obiettivo rigenerativo di fronte all’interesse lucrativo è un tratto condiviso dai collettivi neo-rurali, ma se l’inesistenza di salari è un aspetto proprio dei gruppi che orientano la loro pratica sull’autosostentamento, non è così per le cooperative che producono per la distribuzione.

Sul piano economico esiste comunque una differenza fondamentale che impedisce di equiparare queste iniziative alle famiglie e alle comunità tradizionali: il carattere “di sussistenza” della produzione contadina. Per quante somiglianze si possano stabilire non può commettersi la sfrontatezza di dimenticare che, mentre gran parte del lavoro contadino perseguiva l’obiettivo di allontanare la prospettiva della fame e della carestia, nei gruppi di cui ci occupiamo, il lavoro intrapreso risponde, per così dire, alle convinzioni, agli aneliti o alla testardaggine di persone che hanno scelto queste condizioni di vita.

Per quanto si possa allungare l’elenco di somiglianze e analogie più o meno forzate, le differenze che impone l’attuale contesto rendono impossibile qualunque tentativo di presentare le iniziative dell’antagonismo politico a partire dall’agricoltura come una “nuova forma di contadinato”. Un impegno che probabilmente offrirebbe solo incentivi al modo di pensare accademico, sempre così assetato di interpretazioni inedite e scoperte banali e tanto disponibile ad accettare le più grossolane semplificazioni. D’altra parte è davvero difficile pensare che la maggioranza della popolazione che ha abitato il pianeta negli ultimi secoli possa essere inclusa in una stessa categoria, senza considerare che prima dell’avvento della società tecnica il lavoro non era mai stato completamente specializzato e molta della gente che oggi non sarebbe considerata “agricoltore” (mugnai, carrettieri, muratori…), combinava i doveri del mestiere con la coltivazione di campi e orti, la cura degli animali domestici e il lavoro nel bosco.

Dopo il disastro demografico e culturale delle società rurali lungo il XX secolo, i tratti potenzialmente emancipatori della cultura contadina devono essere indagati in modo retrospettivo e, come accade con qualunque rivendicazione delle positività del passato, questo compito può essere tacciato di “nostalgico”. Risulta però sconcertante l’accusa rivolta a questi collettivi di voler “tornare indietro”, poiché non solo hanno nozioni molto vaghe sulla storia delle società rurali ma, attraverso l’attività agricola e la convivenza con il vicinato, hanno sperimentato la pesantezza della vita in campagna e alcuni degli aspetti più sgradevoli del mondo tradizionale.

Uno dei grandi dibattiti su tali questioni è quello centrato sulla situazione che vivevano le donne in quelle società. Buona parte del discorso femminista sbatte in faccia ai nostalgici del mondo contadino l’oppressione e la reclusione che affliggevano le donne in strutture familiari che si sostenevano fondamentalmente sul loro lavoro invisibile. Un argomento che probabilmente è valido in molti casi, ma non si dovrebbe dimenticare che l’ingiustizia di genere è andata mutando la sua sintomatologia senza attenuare di una virgola la sua virulenza e che, come adesso ci sono donne che si sforzano di non lasciarsi travolgere nelle loro relazioni personali e che sanno trovare e difendere i propri spazi, si può presumere che lo stesso sia accaduto nei diversi momenti della storia.

Un altro aspetto intorno al quale si creano forti polemiche è quello della durezza fisica del lavoro nel mondo contadino tradizionale. Ascoltando i ricordi della gente anziana è facile arrivare alla conclusione che quella vita non era esattamente riposante, ma come già osservava Jacques Ellul, nonostante la minor fatica e la minor durata delle giornate lavorative, nella società della tecnica l’inanità del lavoro senza creatività e strettamente vincolata all’orologio «richiede all’uomo altre qualità, gli richiede un’assenza, quando il lavoro era sempre stato presenza». Secondo Félix Rodrigo, prima che il lavoro venisse parcellizzato, tecnificato, sottomesso e degradato, nella società tradizionale «era un mezzo e un dovere al quale si dedicava solo il tempo e il minor sforzo possibile per procurarsi le risorse necessarie e per servire il bene comune»; non era facile «stabilire differenze nette tra lavoro e festa, in quanto questa faceva parte di quello» e di fatto molti dei compiti si realizzavano collettivamente tra canti e conversazioni. È, questa, una visione che forse condividerebbero poche persone dell’ambiente rurale nonostante, peraltro, molte di loro sarebbero d’accordo nel dire che «l’agricoltura è un lavoro che si può amare».

C’è poi la controversa questione dell’“innocenza” ecologica delle società preindustriali e della razionalità ecologica contadina. In questi dibattiti, l’abbandono di paesi in epoche remote a causa dell’esaurimento di qualche risorsa indispensabile o del progressivo degrado degli ecosistemi sono due processi storici frequentemente menzionati nelle critiche espresse verso quegli autori che descrivono il rapporto delle comunità contadine con la natura come una simbiosi in costante coevoluzione.

Un quarto rimprovero all’idealizzazione delle società agricole tradizionali è che queste «si sono sempre distinte per le carenze e per la povertà» (G. de Molina e M. Alier) di una popolazione che viveva al limite della sussistenza ed esposta alla fame nera che regolarmente si presentava. Una possibile risposta alla domanda sul perché la povertà sia inevitabile nelle società tradizionali si basa sulle esigue riserve energetiche di un sistema agricolo basato sull’energia solare, che si serviva scarsamente della forza dei fiumi o del vento, e che dipendeva quindi criticamente dall’“energia accumulata” nei boschi che si andavano progressivamente riducendo e degradando. Le agricolture antiche erano caratterizzate da rendimenti produttivi molto bassi, generalmente dovuti alla vulnerabilità di fronte a fenomeni meteorologici catastrofici e alla precarietà dei mezzi tecnici impiegati.

Ma basta gettare uno sguardo sommario alla storia degli ultimi secoli per darsi un altro tipo di risposte. Come indicava Eric R. Wolf, i settori contadini fanno parte di una struttura sociale molto ampia e complessa nella quale si inseriscono attraverso rapporti di potere diseguali, che li pongono in una posizione subordinata. Perciò, analizzando le deficienze che mostravano le società del passato (patriarcato, durezza del lavoro, degrado ecologico, ristrettezze materiali) si dovrebbe tener ben presente quanto contribuivano le oligarchie locali e le istituzioni che storicamente hanno detenuto il potere politico, economico e militare, alla miseria che affliggeva quelli che, appunto, le stavano mantenendo. Il ruolo decisivo delle politiche belliche dello Stato, per esempio, in relazione al sovrasfruttamento delle masse contadine è un fatto ben documentato, e per quanto riguarda lo sfruttamento delle persone è comunemente riconosciuto il salasso richiesto dal trasferimento delle eccedenze del lavoro contadino agli strati sociali dominanti. Non si tratta di nascondere i difetti né di magnificare i settori popolari del mondo rurale, ma è molto probabile che anche in questo caso accadesse che «il fango che portavano addosso venisse dalle scarpe di chi li calpestava» (G. Anders).

Se le condizioni attuali non offrono quasi niente che valga la pena di essere conservato e non si vuole accettare «la convinzione quasi mistica che per il presente non ci sia rimedio, ma che in qualche luogo, nello spazio e nel tempo, la vita umana cesserà di essere miserabile e abbruttita come lo è ora» (G. Orwell), forse lo studio critico della storia, in questo caso delle società rurali, oltre a facilitare la comprensione del mondo in cui ci troviamo può offrire strumenti pratici per la costruzione di nuovi scenari.

Un compito che, senza trascurare la centralità delle questioni sociali, dovrà affrontare in modo stimolante gli aspetti relativi alla mera sopravvivenza materiale a partire da circostanze francamente scoraggianti. Come notava Ellul, «quando scompaiono determinate abilità, è molto difficile che rivivano», e per quanto riguarda le abilità che storicamente hanno assicurato l’alimentazione delle persone, è duro constatare che sono sparite praticamente tutte. Il recupero di conoscenze e usi contadini di per sé non assicurerà la sopravvivenza dei collettivi che lo mettono in pratica, né eviterà che questi finiscano per ingrossare le fila del cittadinismo ecologico, ma si presenta come una delle poche fonti alle quali ricorrere quando l’azione politica a partire dall’agricoltura si sviluppa in un paesaggio sociale gravemente desertificato.




Fonte: Rivista.edizionimalamente.it