Marzo 14, 2022
Da Il Manifesto
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Su La Repubblica di sabato scorso Enrico Franceschini ha rievocato gli eventi in Ucraina che nel 2014 portarono a divisioni sanguinose, alla cacciata del presidente filo russo Yanukovych e alla formazione di un governo filo occidentale. Subito dopo la Russia di Vladimir Putin passò ad annettersi la Crimea e iniziò la guerra – mai interrotta – nelle regioni del Donbass che volevano essere indipendenti da Kiev. L’invasione di Putin è legata in buona parte a quella crisi, mai più risolta negozialmente. L’articolo si chiedeva se la rivolta “Euromadian” fosse stata pacifica e democratica, oppure un “colpo di stato”, e affermava la prima delle due ipotesi.

Ma quello che mi ha colpito è il linguaggio della premessa di Franceschini: la tesi del “colpo di stato”, oltre che dal Cremlino, sarebbe sostenuta “da una certa sinistra italiana filoputiniana”. Ora io mi considero una persona di sinistra, per quel che so non mi sentirei di escludere totalmente, come fa il collega, che quel rivolgimento politico oltre alle motivazioni democratiche abbia avuto anche caratteristiche, in parte illegali e violente, che possono essere definite come un “colpo di stato”. Tuttavia credo di non poter essere considerato un “filoputiniano”. Soprattutto conosco altre persone di sinistra che giudicano quell’evento un “colpo di stato”, ma che non sono assolutamente favorevoli né a Putin né alla sua aggressione all’Ucraina.

Ho letto e ascoltato molto di peggio in questi giorni, quanto a schieramenti faziosi sui nostri media o sui social, ma la frase citata mi ha impressionato per chi l’ha scritta e per dove è stata scritta. Credo che si debba reagire, forse sopra ogni altra cosa, a queste derive del linguaggio. Sono un effetto deleterio della guerra e dei “patriottismi” opposti che suscita, nella logica “amico nemico”.

Le immagini orribili dalle città ucraine hanno evocato le forme belliche degli assedi “medievali”, e la cosa mi ha fatto pensare a quel testo mirabile – Nuovo medioevo – scritto esattamente un secolo fa dal russo Nikolaj Berdjaev (sicuramente non filoputiniano) che formulava un bilancio spirituale radicalmente negativo della civiltà europea e russa dopo la Grande guerra e la Rivoluzione del ’17. Ma non tutto sarebbe stato negativo nella nuova era profetizzata e fantasticata da Berdjaev.

Concludo con un’altra citazione: «È persona debole colui al quale è ancora dolce la patria. È forte colui al quale è patria ogni paese, ma è perfetto colui per il quale il mondo intero è luogo di esilio». Un passo del teologo medievale Ugo di S.Vittore che si può leggere alla fine del saggio di Eric Auerbach sulla Filologia della letteratura mondiale dove già nel 1952 guardava a un mondo ormai destinato a una completa “globalizzazione”, anche sul piano del linguaggio artistico.

Il grande filologo tedesco e ebreo ricordava ciò che una parte della cultura medievale teorizzava prima della formazione delle nazioni moderne: «il riconoscimento che il pensiero non ha nazionalità». Ugo – proseguiva Auerbach – «lo intendeva per colui il cui traguardo è il distacco dall’amore per il mondo. Ma anche per chi vuole raggiungere il vero amore per il mondo, questa è una buona via».

Tempo fa mi aveva consolato trovare la stessa doppia citazione (Ugo e Eric) alla fine del libro di Edward W. Said, Cultura e imperialismo. Alla fine degli anni ’90 l’autore di Orientalismo affinava ancora la sua critica alla cultura occidentale che ha accompagnato secoli di colonialismo (e neocolonialismo). Vedeva anche il limite “eurocentrico” delle ricerche di Auerbach, ma sapeva soprattutto ascoltarlo e riconoscerne il valore intellettuale e le buone intenzioni.




Fonte: Ilmanifesto.it