Marzo 22, 2022
Da Il Manifesto
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C’è stato un tempo in cui le diverse specie si dividevano gli spazi, lottando per la sopravvivenza ma non escludendo nessuno dal banchetto della Terra. I cicli naturali governavano i giorni, gli amori e le scomparse, così come l’alternarsi del buio e della luce.
È quel che racconta, come fosse un omaggio stupito alla bellezza che sempre si rinnova, l’albo Noi animali umani di Rosie Haine (Donzelli, pp. 48, euro 23): l’illustratrice inglese, attraverso poche tavole affascinanti e alcune selezionatissime parole invita a coltivare la meraviglia, in un percorso di iniziazione al ricordo di ciò che siamo stati per migliaia di anni. L’autrice oggi sarà alla libreria Stoppani di Bologna (ore 17,30) per un incontro con il pubblico in occasione della 59/a edizione di Children’s Book Fair.

Rosie Haine

Nel libro scorrono le immagini dell’armonia della nostra specie con la natura. C’è una vena di nostalgia o la paura che niente possa più essere come prima?
È qualcosa che temo, certo, ma questo albo è nato più dal desiderio di esplorare la mia relazione con la natura, per la quale nutro un sentimento quasi religioso di timore reverenziale e di appartenenza. Durante la mia ricerca, mi ha commossa il rispetto che gli umani, nel passato, avevano per le altre specie. Visitando le grotte francesi e guardando Cave of forgotten dreams di Werner Herzog, ho notato che le persone erano raffigurate molto raramente; invece c’erano animali, riprodotti con grande familiarità e vitalità. Decine di migliaia di anni dopo, queste creature sembrano ancora in grado di saltare giù dalle pareti della caverna. I nostri antenati avevano chiaramente passato moltissimo tempo ad osservare quegli animali e li consideravano importanti. Con lo sviluppo dell’agricoltura e la religione, la cultura dominante ha privilegiato e separato gli esseri umani dalle altre specie, celebrando il nostro potere sul mondo naturale. Mi piacerebbe viaggiare indietro nel tempo. Solo alcune centinaia di anni fa, il mare brulicava di vita e qualche secolo fa era la natura a plasmare il paesaggio, non noi. Vivevamo ascoltando il canto degli uccelli, vedevamo gli insetti e i grandi animali selvatici. Anche se adesso quel legame è minacciato, siamo ancora programmati per far parte del mondo naturale. Ci rende ciò che siamo, ci sentiremo sempre felici di fronte a un sole che splende e continueremo a provare stupore guardando le stelle cadenti o la luna piena – è la stessa luna, in alto, che sempre abbiamo osservato.

Nel suo viaggio verso gli albori dell’umanità, la meraviglia accompagna ogni pagina. È così?
Questo pianeta, e tutta la vita su di esso, è incredibile. Penso che riflettere su questa meraviglia possa aiutarci a valorizzare ciò che abbiamo, ma anche ciò che abbiamo perso. Sono cresciuta in un piccolo villaggio con una famiglia che amava la natura. Mia madre mi indicava i nomi di tutte le piante e ho bei ricordi di quando ero in vacanza con mia nonna in spiaggia. La maggior parte delle sere d’estate, a casa, correvo fuori per vedere il tramonto ed ero affascinata da tutte le piccole creature della campagna, ricci, toporagni e rospi: le potevo studiare da vicino. Mi sentivo connessa a quel tutto e anche in uno stato di soggezione. Ma se non conosci la natura non puoi perderla, né cogliere i segni della sua sofferenza. Sono stata fortunata ad aver avuto quelle esperienze, ora vengo attanagliata dall’ansia quando le stagioni risultano «strane». È qualcosa che motiva il cambiamento delle mie abitudini. Non tutti si accorgono dei rivolgimenti. Le persone vanno spinte a ritrovare la loro «connessione».

«Noi animali umani» sceglie un tono poetico, rassicurante al posto delle grida di allarme sul pianeta in pericolo…
Stare nella natura ha un effetto tranquillizzante. Rallento e camminando, improvvisamente a metà della mia velocità normale, cerco il silenzio. Mi immergo completamente in quel momento, godendo del canto degli uccelli, o del cielo notturno. Forse anche il mio libro cattura quella sensazione. Ma sono seriamente preoccupata per i mutamenti climatici. Rischiamo di smarrire noi stessi. È ora di risvegliarsi, ma è inutile gridare, nessuno ti ascolta.

Quali sono i suoi riferimenti figurativi nelle arti visive?
Mi hanno sempre ispirato gli antichi manufatti greci e romani, in particolare gli oggetti arcaici. Ho esaminato molte pitture rupestri per il libro, e ho anche attinto all’arte non occidentale e popolare per apprendere il mondo in un modo diverso, forse più diretto. Ad esempio, l’immagine circolare su «Ci siamo alzati con il sole ogni giorno e siamo andati a dormire quando è diventato buio» è nata da una stupefacente opera Inuit, Our Beautiful Land di Kenojuak Ashevak. Ho pure lavorato molto intorno alla pittura di paesaggio.

Quali sono stati invece i libri più significativi della sua infanzia?
Sono dislessica e ho avuto difficoltà nella lettura. Mia madre selezionava i libri più belli per incoraggiarmi. I primi che sono riuscita a leggere da sola sono stati quelli di Beatrix Potter e Il postino allegro di Janet e Allan Ahlberg. Quando sono cresciuta, ho incontrato Il giardino segreto, l’ho trovato magico e misterioso. Ma il libro più significativo della mia adolescenza è stato Generazione perduta di Vera Brittain, il primo a mostrarmi davvero gli orrori del mondo.




Fonte: Ilmanifesto.it