Ottobre 15, 2021
Da Il Manifesto
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Léonard ha diciassette anni, è introverso, il fisico gracile che nasconde sotto una maglietta anche quando la temperatura sfiora i quaranta gradi, parla poco e cerca in tutti i modi di sottrarsi ai momenti collettivi che la vita del campeggio gli vorrebbe imporre. In vacanza con i genitori e i fratelli più piccoli nelle Landes cerca rifugio nei lunghi viali costeggiati da tende e piazzole mentre i suoi coetanei affollano la spiaggia e la sera, quando impazza il karaoke per le famiglie e la techno per i ragazzi tra le dune, si infila in tenda per non essere costretto ad incontrare qualcuno.

Ed è durante una di queste sue fughe dal divertimento e dalla folla che una sera si imbatte in Oscar, un ragazzo della sua stessa età che ubriaco ha infilato la testa tra le corde di un’altalena nello spazio giochi dei più piccoli. Léonard assiste alla scena senza intervenire, impietrito ma non dalla paura, piuttosto dall’interrogativo su cosa fare finché l’altro muore strangolato.

È a partire da questa vicenda tragica e dalle molte domande che porta con sé che si sviluppa Caldo, (edizioni e/o, pp. 114, euro 13, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), l’affascinante esordio narrativo di Victor Jestin, 27enne di Nantes che vive a Parigi dove lavora come sceneggiatore per cinema e tv. L’autore presenterà oggi il romanzo al Salone del Libro di Torino (alle 13,45 in Sala Bronzo).

Nel protagonista della storia si respira una tensione costante, quasi ci si possa aspettare da un momento all’altro uno scoppio di violenza. Cosa nutre questo stato d’animo?
Ad alimentarlo è la tensione tra il suo segreto macabro e il divertimento che lo circonda. Due elementi impossibili da conciliare: da qui il disagio di Léonard. E, sebbene portate all’estremo, sono queste anche le due polarità a cui rispondono tutti gli adolescenti del campeggio: violenza e desiderio.

La vicenda che è al centro del romanzo allude ad una verità pericolosa da rivelare che nasconde una colpa frutto della mancanza di empatia verso il mondo. Un’atmosfera in qualche modo noir?
Ciò che prova Léonard non è tanto una mancanza di empatia quanto un ritardo, una difficoltà nel sincronizzarsi con il mondo che lo circonda. È un sentimento che mi interessa e che genera anche un quesito letterario: come trovare un linguaggio insolito che renda questo «sfasamento» protagonista che è poi anche il narratore della storia? È in questa difficoltà di parlare, in questo divario tra ciò che cerca di formulare e ciò che il linguaggio abituale consente, che si muove la scrittura.

L’adolescenza è forse la fase più difficile della vita, ma in Léonard assume i contorni di una sorta di paranoia costante. Perché una rappresentazione cosi dura?
Trovo che ci siano molti cliché intorno all’adolescenza. Ciò che mi interessa di questa età è soprattutto l’estrema sensibilità che permette di raccontare disturbi più ampi, che non si limitano a questa fase della vita. È in qualche modo come una lente d’ingrandimento. Il giovane Holden di Salinger parla di un adolescente, ma penso che quello che dice a riguardo sia universale.

Intorno a Léonard c’è un mondo che ai suoi occhi è quasi costretto a divertirsi, cui si sente estraneo, che disprezza, ma che ritiene anche lo rifiuti. Un aspetto che ha fatto parlare di una vicinanza con il cinismo dei personaggi di Houellebecq: un parallelo che le appartiene?
Mi piacciono molto i primi romanzi di Houellebecq che illustrano proprio questi meccanismi di imposizione del divertimento e la tristezza e la solitudine che ne derivano. Gli adolescenti in vacanza sono un bersaglio privilegiato di queste «aziende della felicità»: un vero mercato ultraliberale e senza pietà. Nel campeggio le sue forza sono ovunque: musica dagli altoparlanti, mascotte travestita da coniglio sorridente, distributori di preservativi. Léonard resiste dolorosamente, finché è una tragedia che in modo paradossale lo fa precipitare fino in fondo come gli altri in questa realtà.

In più di un’intervista ha fatto riferimento a Jean Genet, in cosa «Caldo» rimanda all’autore di «Diario del ladro»?
Amo gli scrittori che parlano del corpo, che lo mettono al centro del loro lavoro. Genet parla molto del corpo degli uomini, del loro modo di camminare, di cosa dice di loro il modo in cui si muovono. Il rapporto con il corpo era importante per lo scenario e il clima del campeggio. Inoltre di Genet apprezzo la tensione permanente tra violenza e dolcezza, eleganza e volgarità.




Fonte: Ilmanifesto.it