Novembre 21, 2020
Da La Tradizione Libertaria
46 visualizzazioni


Quest’articolo era stato scritto partendo da documenti di seconda mano, da estratti di La Confessione (Ispoved) di Bakunin e da informazioni orali. Dopo attenta lettura di La Confessione, non vedo nulla da aggiungere nĂ© da togliere.

V. S. giugno 1921
 

La Confessione di Bakunin

Il nostro compagno Victor Serge, esposto da lungo tempo oltre alle ingiurie degli anarchici francesi che non gli perdonano la sua leale e sincera adesione al comunismo, Ăš stato recentemente investito da calunnie e oltraggi sotto il seguente pretesto: Victor Serge aveva scritto, il 7 novembre 1919, un articolo riguardante la Confessione di Bakunin documento sconosciuto dal pubblico sino ad oggi e di cui non si conosceva l’esistenza che attraverso allusioni fatte da James Guillaume nella sua nota biografica (tomo II delle Oeuvres di Michel Bakounine, Parigi, 1907. I commenti di Victor serge, rispettosi della memoria di Bakunin cosĂŹ come della veritĂ  storica, non presentavano affatto carattere di sacrilegio o iconoclastia che degli avversari indegni gli attribuirono piĂč tardi, cosĂŹ come il lettore potrĂ , grazie a noi, giudicare.

Per quali circostanze quest’articolo fu tradotto, deformato, snaturato e riprodotto in Germania? Victor Serge lo ignora e cosĂŹ noi. Certo, non dissimulerĂČ la penosa sorpresa che ho provato venendo a sapere che il Forum di Herzog ne aveva pubblicato un testo manipolato. Non voglio attardarmi sulle successive alterazioni che l’articolo ha potuto subire in alcune traduzioni, ritraduzioni e riproduzioni in Svizzera e in Italia. Il fatto essenziale Ăš che il pensiero e l’espressione di Victor Serge sono stati falsificati, e contro il suo volere.

Non ci voleva molto per dare a degli avversari il pretesto per delle diffamazioni che mi vergognerei soltanto a discutere. Il solo fatto deplorevole Ăš che la nostra rispettata amica SĂ©verine sia stata indotta in errore dalla campagna condotta contro Victor Serge, e abbia pubblicato nei confronti di quest’ultimo delle affermazioni ingiuste. E’ per questo che, per farla finita con tutte le interpretazioni tendenziose e le deformazioni malevoli, credo sia necessario pubblicare qui il testo autentico, dell’articolo di Victor Serge, con la certezza che SĂ©verine, che tutti i lettori, renderanno al nostro collaboratore la giustizia che gli Ăš dovuta e l’omaggio che merita un probo scrittore, un rivoluzionario disinteressato, un militante devoto e coscienzioso. Victor Serge ha rivolto d’altra parte una risposta a SĂšverine che il Journal du Peuple, voglio sperare, ha tenuto o terrĂ  l’onore di pubblicare [1].

Boris Souvarine

Gli archivi segreti della polizia russa contengono certamente un gran numero di documenti del piĂč grande interesse. Si deve collocare tra quest’ultimi la Confessione di Bakunin la cui pubblicazione rattristerĂ  indubbiamente un gran numero di compagni. Secondo il parere di tutti coloro che hanno letto questa Confessione, alla quale il professore Illinsky ha dedicato un articolo sul Viestnik Literatoury di Pietroburgo (1919, n° 10) essa illumina la personalitĂ  di Bakunin di una nuova luce, inattesa e penosa.

Dopo la sua partecipazione al movimento rivoluzionario in Russia, in Francia, in Germania (1848-49), Bakunin fu rinchiuso nelle carceri dello zar, dapprima alla fortezza Pietro e Paolo, poi allo SchlĂŒsselbourg. Esiliato in seguito in Siberia, riesca a fuggire soltanto nel 1861.

E’ in questo periodo della sua vita, passata nelle carceri dell’autocrate di tutte le Russie e in Siberia che si rapportano i documenti oggi scoperti negli archivi della polizia russa. L’uomo di ferro, il rivoluzionario irriconciliabile che era stato per alcuni giorni il dittatore di Dresda insorta, che si era incatenato al muro della sua prigione nella cittadella di OlmĂŒtz, di cui due imperatori si contendevano la testa, e che doveva in seguito, sino all’ultimo giorno della sua vita, restare l’iniziatore e l’ispiratore di un’Ă©lite di rivoltosi – il padre spirituale dell’anarchismo, sembra aver attraversato una terribile crisi morale e non esserne uscito indenne. Forse c’Ăš mancato poco perchĂ© la quercia venisse sradicata e cadesse… Alcuni – egli ha ancora tanti nemici, ora che Ăš morto da cinquant’anni, – parleranno anche della Â«caduta di Bakunin» con cattiva gioia…

Ai suoi amici Alexandre Herzen [2] e Ogarev [3], Bakunin scrisse dalla Siberia alcune lettere dove si trovano delle brevi allusioni alla sua Confessione. Nicola I gli aveva proposto attraverso il conte Orlov [4] di scrivergli «come il figlio spirituale scrive al suo padre spirituale». (L’Imperatore, facciamo rimarcare, si trovava molto bne nel suo ruolo facendo questa  proposta al suo prigioniero. Capo della chiesa ortodossa si considera come il padre spirituale dei suoi sudditi). Bakunin scrive:

Avendo riflettuto un po’ pensavo che, di fronte a una giuria, nel corso di pubblici dibattiti, avrei dovuto sostenere il mio ruolo sino in fondo; ma che, rinchiuso tra quattro mura, in potere dell’Orso, potevo senza onta, addolcire le forme…

«Addolcire le forme» apparirĂ  in ogni modo al lettore della Confessione (e degli altri documenti) un eufemismo. In un quaderno di 96 pagine di fitta scrittura trovato tra gli archivi della 3a sezione del ministero dell’Interno (Dipartimento della polizia), Bakunin si 

un euphĂ©misme. Dans ce cahier de 96 pages de fine Ă©criture trouvĂ© parmi les archives de la 3eme section du ministĂšre de l’IntĂ©rieur (DĂ©partement de la police), Bakounine se flatte d’exposer Ă  l’Empereur « toute sa vie, toutes ses pensĂ©es, tous ses sentiments Â». Il Ă©crit Ă  « l’Ours Â» :

Je me confesserai Ă  vous, comme au pĂšre spirituel dont l’homme attend le pardon non dans ce monde, mais dans l’autre…

Et sous la plume de l’athĂ©e, ces lignes prennent une signification singuliĂšre.

Ses actes, il les qualifie de projets fantastiques, d’espĂ©rances dĂ©nuĂ©es de fondement, de projets criminels. Racontant sa vie Ă  l’Ă©tranger, il dĂ©clare n’avoir « pĂ©chĂ© consciemment Â» que depuis 1846. Le ton de toute sa confession est celui d’un vaincu qui s’humilie et trouve, Ă  certaines heures un amer plaisir Ă  se flageller.

J’ai Ă©tĂ© Ă  la fois trompĂ© et trompeur ; j’ai leurrĂ© les autres et je me suis leurrĂ© moi-mĂȘme, comme si je faisais violence Ă  mon propre esprit et au bon sens de mes auditeurs. Situation antinaturelle, inconcevable, dans laquelle je m’Ă©tais mis moi-mĂȘme, et qui m’obligeait quelquefois Ă  n’ĂȘtre qu’un charlatan malgrĂ© moi.

Il y a toujours eu en moi beaucoup de Don-Quichottisme…

Certes, il serait difficile Ă  un homme de conscience et d’action de parler de lui-mĂȘme avec plus d’amĂšre duretĂ©. Le professeur Illinsky, commentant ce passage, y voit « la tragĂ©die de l’homme d’action qui en arrive Ă  douter de son Ɠuvre et Ă  prendre conscience de son insincĂ©ritĂ© Â»… Mais ce dernier mot que le texte citĂ© lĂ©gitime pleinement n’est-il pas injuste au fond ? Aux lignes que Bakounine Ă©crit dans sa tombe d’enterrĂ© vif, ne peut-on pas opposer tout entiĂšre, avant et aprĂšs, son orageuse vie d’insurgĂ© ? L’homme d’action d’ailleurs, le « meneur Â» — et Bakounine fut bien un meneur — est souvent contraint Ă  la surenchĂšre. Forcer la note, exagĂ©rer, insister, grossir tels faits au dĂ©triment de tels autres, autant de nĂ©cessitĂ©s psychologiques de toute propagande, accrues encore par la passion du militant, accrues prĂ©cisĂ©ment d’autant plus qu’il est plus sincĂšre. Plus tard, dans le morne recueillement de la prison, dans la dĂ©pression de la dĂ©faite, l’esprit sĂ©vĂšre envers lui-mĂȘme imputera peut-ĂȘtre Ă  un manque de sincĂ©ritĂ© ce qui n’Ă©tait qu’entraĂźnement de la pensĂ©e et de l’action quotidiennes. HĂ©las ! nous voici dĂ©fendant Bakounine contre lui-mĂȘme !

Il semble qu’Ă  chaque page de la Confession un pareil raisonnement est nĂ©cessaire pour que l’on ne soit pas navrĂ©. Bakounine n’est pas dĂ©senchantĂ© que de lui-mĂȘme. Tout le mouvement europĂ©en auquel il a pris une part si fougueuse lui apparaĂźt maintenant misĂ©rable et vain. « L’Europe entiĂšre vit du mensonge Â», dit-il. Il est « dĂ©goĂ»tĂ©, Ă©cƓurĂ© Â» des Allemands. La rĂ©volution de 1848 lui a montrĂ© « l’impuissance des sociĂ©tĂ©s secrĂštes Â». « Aucune des thĂ©ories sociales en cours (en Angleterre, en France, en Belgique) n’est capable de supporter l’Ă©preuve de trois jours d’existence. Â» Il ne reste vĂ©ritablement fidĂšle qu’Ă  son panslavisme. Les peuples slaves, en contraste avec les nations dĂ©gĂ©nĂ©rĂ©es de l’Europe occidentale, sont les seuls demeurĂ©s sains, les seuls communistes d’origine et de tempĂ©rament. Leur groupement peut produire une puissance magnifique, un nouvel « Empire d’Orient Â» dont Constantjnople serait la capitale. Pour que la Russie puisse se mettre Ă  la tĂȘte du mouvement panslave et accomplir la mission qui lui incombe, il y faut une transformation profonde. Et Bakounine ici redevient rĂ©volutionnaire devant le tsar lui-mĂȘme, rĂȘvant peut-ĂȘtre malgrĂ© lui d’un nouvel autocrate rĂ©volutionnaire, en qui renaĂźtrait le gĂ©nie de Pierre le Grand ? A l’heure actuelle, certaines lignes de la Confession acquiĂšrent un intĂ©rĂȘt remarquable. Certes, Bakounine aimait, connaissait, comprenait profondĂ©ment la Russie. Il a vu trĂšs loin dans sa destinĂ©e, il a compris — prophĂ©tiquement — ce qui lui Ă©tait nĂ©cessaire, de par l’histoire.

Le pouvoir reprĂ©sentatif, constitutionnel, l’aristocratie parlementaire et ce soi-disant Ă©quilibre des pouvoirs dans lequel les forces sont si habilement rĂ©parties qu’aucune ne peut agir, en un mot tout ce catĂ©chisme Ă©troit, rusĂ©, indĂ©cis des libĂ©raux europĂ©ens ne m’a jamais inspirĂ© ni vĂ©nĂ©ration, ni profond intĂ©rĂȘt, ni mĂȘme respect.

Je croyais qu’en Russie plus que partout ailleurs, un pouvoir dictatorial puissant serait nĂ©cessaire, qui s’occuperait exclusivement d’Ă©clairer les masses et d’Ă©lever leur niveau moral ; il faudrait un pouvoir libre dans ses aspirations et son esprit mais sans formes parlementaires, qui publierait des Ɠuvres libres, mais sans libertĂ© de presse, — qui serait entourĂ© d’hommes convaincus, et guidĂ© par leurs conseils, affermi par leur libre concours, mais que rien ni personne ne limiterait.

En vĂ©ritĂ©, voilĂ  qui est prophĂ©tique. LĂ©nine ne pourrait pas dĂ©peindre en d’autres termes la dictature prolĂ©tarienne et l’opposer avec un plus ample mĂ©pris Ă  la dĂ©mocratie des radicaux français et anglais. Ce pouvoir illimitĂ©, dictatorial et libertaire soutenu par des hommes de conviction ardente, existe : il s’appelle la RĂ©publique des Soviets. DĂšs 1848, Bakounine pressentait le bolchevisme ; et peu de temps aprĂšs, il conseillait ses mĂ©thodes Ă  l’empereur Nicolas Ier. Ironie de l’histoire !

Sa Confession n’a donc rien d’humiliant pour son esprit. Les pages oĂč il doute ne sont-elles pas compensĂ©es par les lignes oĂč il prophĂ©tise avec une si Ă©tonnante luciditĂ© d’esprit ? Car on ne peut contester la valeur des mĂ©thodes et des faits, on ne peut contester qu’ici Bakounine a vu Ă©tonnamment juste.

Le ton gĂ©nĂ©ral de la Confession se dĂ©finit assez bien dans les lignes suivantes :

Ayant perdu le droit de me qualifier le fidĂšle sujet de Votre MajestĂ© ImpĂ©riale je signe d’un cƓur sincĂšre, — le pĂȘcheur repentant Michel Bakounine…

Bien plus que devant le tsar-juge, je suis maintenant devant le tsar-confesseur et je dois lui ouvrir les sanctuaires les plus secrets de ma pensĂ©e…

Je n’ai pas mĂ©ritĂ© cette grĂące (la proposition d’Ă©crire sa confession) et je rougis Ă  la pensĂ©e de tout ce que j’ai osĂ© dire et Ă©crire de la sĂ©vĂ©ritĂ© inexorable de Votre MajestĂ© ImpĂ©riale.

Que si l’on attribue le ton et l’allure de la Confession Ă  une Ă©poque de dĂ©pression et de crise, Ă  une Ă©poque de dĂ©sespoir, comme on serait tentĂ© de l’admettre en se reprĂ©sentant l’homme d’une Ă©nergie exceptionnelle, enfermĂ©, isolĂ©, condamnĂ© Ă  mort, vivant dans un tĂȘte-Ă -tĂȘte continu avec la pensĂ©e d’une mort prochaine, inutile et grise, comment expliquer certaines de ses suppliques adressĂ©es de SibĂ©rie — oĂč il vivait dĂ©jĂ  dans une libertĂ© relative et dont le ton, comme me le disait une personne qui les a Ă©tudiĂ©es, est servile ? Certes, Bakounine connut une bien grande torture. « Chaque jour, dit-il, on se sent abĂȘtir… Â» Dans telle supplique, on ne voit plus que le cri d’un torturĂ© :

Ne me laissez pas mourir dans une rĂ©clusion perpĂ©tuelle. Reclus, on se souvient, on se souvient sans cesse et sans fruit. La pensĂ©e, la mĂ©moire deviennent un inexprimable supplice. On vit, on vit longtemps malgrĂ© soi et, ne mourant pas, on se sent chaque jour mourir un peu dans la dĂ©tresse et l’oisivetĂ©.

Il s’est humiliĂ©, il a faibli, sans doute, il n’a pas trahi. Sur un point, il a Ă©tĂ© inĂ©branlable, et c’Ă©tait aux yeux de l’empereur Nicolas le point essentiel. Il a Ă©crit :

N’exigez pas que je vous confesse les pĂ©chĂ©s d’autrui… Je n’ai sauvĂ© qu’un seul bien dans le naufrage : l’honneur et la conscience, de n’avoir jamais allĂ©gĂ© mon sort par une trahison.

En regard de ces lignes, l’Empereur a notĂ© qu’elles « annihilaient toute confiance Â»…

Quand ce livre douloureux aura Ă©tĂ© publiĂ©, Ă©tudiĂ© ligne Ă  ligne et situĂ© dans la biographie critique du grand anarchiste, on pourra sans doute esquisser sur la personnalitĂ© de Bakounine un nouveau jugement. Suivant le professeur Illinsky qui s’exprime pourtant avec la plus grande modĂ©ration, son caractĂšre de rĂ©volutionnaire en sortira « amoindri Â». Bakounine Ă©crivant aux autoritĂ©s sibĂ©riennes pour solliciter un poste de fonctionnaire, dissimulait ce fait Ă  son ami A. Herzen, au prix d’un mensonge. Sans mon consentement, Ă©crivit-il, le gouverneur de la SibĂ©rie Hasfor m’a obtenu l’autorisation de prendre du service…

Au cours de la premiĂšre querelle des socialistes et des anarchistes dans l’Internationale, ce fut un Ă©pisode bien triste que celui des calomnies dont Bakounine fut l’objet de la part de quelques amis trop zĂ©lĂ©s de Marx et auquel, suivant quelques-uns, Marx lui-mĂȘme ne serait pas restĂ© Ă©tranger. Des rumeurs circulĂšrent, concernant de vagues relations entre Bakounine et le tsar, entre Bakounine et la police du tsar. La dĂ©couverte de sa Confession fait la lumiĂšre Ă  ce sujet. Les calomnies durent prendre racine dans quelques demi-rĂ©vĂ©lations intentionnelles de la police impĂ©riale sur le document confidentiel que le tsar avait fait classer dans ses archives. Le gouvernement russe projeta mĂȘme de le publier dans le but de discrĂ©diter son adversaire, Ă©vadĂ©, redevenu son ennemi irrĂ©conciliable.

S’il s’agissait d’un homme ordinaire, d’un obscur militant de la rĂ©volution, cette crise, OlmĂŒtz, Pierre-et-Paul, SchlĂŒsselbourg, la peine de mort, l’isolement, la SibĂ©rie suffiraient Ă  l’expliquer. Mais Tchernichevsky5 enfermĂ© ou exilĂ© vingt ans, cĂŽtoyant indĂ©finiment la folie, n’a pas faibli. Mais Vera Figner6, Morozov7, qui sont sortis de SchlĂŒsselbourg aprĂšs vingt ans n’ont pas eu de pareils « repentirs Â». Mais tous ceux, cĂ©lĂšbres ou inconnus, qui sont devenus fous ou qui sont morts dans les geĂŽles du tsar, s’ils ont subi une passion mille fois plus longue que celle du Christ, s’ils ont parfois doutĂ© d’eux-mĂȘmes et de leur Ɠuvre, s’ils ont parfois dĂ©failli, se sont tu et leurs bourreaux n’en ont jamais rien su. A ceux-lĂ  et Ă  ceux qui ont hĂ©ritĂ© de leur esprit, la Confession de Bakounine fera mal. A ce moment de sa vie Bakounine a chancelĂ©. Il n’a pas Ă©tĂ© « surhumain Â». Plus Ă©nergique, plus impĂ©tueux, plus ardent, plus clairvoyant, plus imaginatif que beaucoup, il n’a pourtant pas Ă©tĂ© inĂ©branlable. Tel quel il a dominĂ© sa gĂ©nĂ©ration, il domine encore la nĂŽtre mais nous l’eussions prĂ©fĂ©rĂ© inflexible, afin que, plus tard, sa lĂ©gende soit plus belle. Car il est de ceux qui laissent une lĂ©gende. Le document humain que l’on vient de dĂ©couvrir nous apprend qu’il a eu comme presque tous les hommes, ses heures de dĂ©faite et que, plus grand que la plupart, il en a aussi Ă©tĂ© plus brisĂ©.

Victor SERGE.

PĂ©trograd, 7 novembre 1919.

Notes

[1] Le J. du P. a publiĂ©, depuis que ces lignes ont Ă©tĂ© Ă©crites, la rĂ©ponse de Victor Serge. — B. C. Dans le numĂ©ro 4 du Bulletin communiste (troisiĂšme annĂ©e), 26 janvier 1922, figure la prĂ©cision suivante de Victor Serge : « Une regrettable erreur s’est glissĂ©e dans la note d’introduction dont Boris Souvarine a fait prĂ©cĂ©der mon article sur la « Confession de Bakounine Â» et pour laquelle je le remercie infiniment.
« Je ne dissimulerai pas, dit B. Souvarine, la pĂ©nible surprise que j’ai ressentie en apprenant que le Forum d’Herzog en avait publiĂ© (de l’article sur la « Confession de Bakounine) un texte tripatouillĂ©… Â»
« Notre ami avait Ă©tĂ© mal informĂ©. La traduction de mon article publiĂ© par le Forum est scrupuleusement conforme au texte que vous avez publiĂ© vous-mĂȘmes. Et la probitĂ© littĂ©raire du camarade W. Herzog qui dirige le Forum — une des rares revues intellectuelles communistes d’Allemagne — ne saurait s’accommoder d’aucun « tripatouillage Â» de texte.
Ce sont des « traducteurs Â» et « retraducteurs Â» d’Italie et de Suisse — que l’on m’a depuis fait connaĂźtre — qui ont « tripatouillĂ© Â» mon texte, en y ajoutant un titre dĂ©plorable, en en supprimant des passages essentiels, en en abrĂ©geant d’autres, en y ajoutant des commentaires — pour finir par lui donner l’allure de la triste chose Ă©chouĂ©e dans les colonnes du Libertaire qui me l’imputa avec joie.
Voici les faits rĂ©tablie et le camarade Herzog hors de cause. — Victor Serge.




Fonte: Latradizionelibertaria.over-blog.it