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Lo segnala Usb, sollevando “interrogativi sull’efficacia della gestione e delle misure di prevenzione messe in campo”. Su strutture socio-sanitarie interviene anche Sgb: personale “subisce quotidianamente lo svantaggio di non godere di tutele contrattuali rispetto all’elevato rischio di infezione da Covid”.

03 Dicembre 2020 – 11:17

“La struttura residenziale per disabili adulti Csrr Casa Rodari, gestita in accreditamento dalla Coop Cadiai, dopo la conclamazione del focolaio dei giorni scorsi tra utenti i lavoratori ha registrato proprio in queste ore il secondo decesso tra gli ospiti”. Ne dà notizia l’Unione Sindacale di Base, con un comunicato diffuso ieri.

Prosegue il sindacato: “Dalle ricostruzioni fatte insieme ai lavoratori della struttura, emergono i primi interrogativi sull’efficacia della gestione e delle misure di prevenzione messe in campo. Circa 15 giorni fa sono iniziati i primi episodi febbrili di alcuni utenti e ben presto, dopo l’effettuazione dei tamponi a ospiti e operatori, la situazione ha rivelato la sua gravità: 19 ospiti su 20 sono risultati positivi e così pure 18 operatori. Successivamente ci sono stati 4 ricoveri in ospedale di cui due hanno purtroppo portato al decesso di utenti della struttura. Le domande che sorgono spontanee sono diverse, proprio in considerazione del fatto che la struttura ha attraversato indenne la prima ondata di marzo-maggio, e che gli ultimi tamponi della metà del mese di ottobre avevano dato esito negativo per tutti gli operatori e gli utenti”.

“Come si è potuto giungere a tale situazione di estensione del focolaio, nel periodo che va da ottobre a novembre? – chiede poi il sindacato – Le procedure raccomandate dai protocolli sono state messe in atto al verificarsi dei primi episodi febbrili, in particolare riguardo l’isolamento? La dotazione di DPI fornita in questi mesi, ai lavoratori della struttura, era idonea alla situazione che potenzialmente andava delineandosi? A tal proposito, ci viene segnalato che mascherine ffp2, camici visiere e quant’altro siano arrivati in struttura solo il giorno dopo la conclamazione del focolaio. Facciamo alcune considerazioni: la specificità dell’utenza di Casa Rodari difficilmente permette, o non lo consente affatto, di ricorrere a misure come l’isolamento cautelare dell’ospite con infezione da Covid-19 sospetta o accertata. E’ però altrettanto vero che l’organizzazione del lavoro in questa residenza è spesso stato oggetto di controversie sindacali, con rivendicazioni che vanno dalla criticità del rapporto utenti/operatori alla inadeguata presenza di spazi logisticamente idonei alla gestione degli ospiti. In una recente assemblea sindacale i lavoratori ribadivano le difficoltà e finanche una situazione igienico-ambientale insufficiente”.

Si legge poi: “Col verificarsi del focolaio infettivo da Covid-19 ad aggravare il quadro esposto concorre la quasi impossibilità ad identificare un percorso sporco/pulito, necessario per una corretta gestione dell’evento. A questo va aggiunto la drastica riduzione del personale per l’elevato tasso di positività al test e il tentativo di colmare tale carenza con l’introduzione nel servizio di operatori provenienti da realtà totalmente differenti, reperiti in fretta e furia da altri servizi, mandati allo sbaraglio, impreparati a gestire questo tipo di utenza in un contesto come quello del focolaio in atto. Ne è conseguito che in diversi hanno presto abbandonato l’incarico. Riceviamo notizia dagli operatori ‘superstiti’ in servizio che, per i suddetti problemi legati all’assenza di un percorso sporco/pulito, sono costretti ad indossare i Dpi (tuta o camice, mascherina, visiera, guanti e cuffia per i capelli) fino a 6/7 ore continuative: una prassi fuori da ogni grazia di protocollo. E ancora, giovedì 26 novembre sono stati effettuati i tamponi di controllo a tutti gli ospiti residenti ma non agli operatori in servizio precedentemente risultati negativi al test”.

Chiede Usb in conclusione: “Come si giustifica questa gestione approssimativa? Perché la situazione sembra totalmente fuori controllo? Perché la cooperativa non ha provveduto, man mano che la curva epidemiologica andava peggiorando, a predisporre misure aggiuntive di sicurezza ai protocolli “acqua e sapone” dietro i quali si nasconde il risparmio di spesa? Chi deve fare cosa per porre rimedio ad una situazione che sembra evolvere verso esiti drammatici? È sufficiente il monitoraggio dell’ASL? Dove sono i protocolli relativi all’intervento, su questo tipo di utenza, che possa mettere a disposizione ad esempio gli Hotel Covid, per consentire l’assistenza di questi ospiti in contesti protetti? Chiediamo chiarezza e responsabilità all’Asl e alla cooperativa, che in alcuni interventi sulla stampa locale si preoccupa più di ricamare sui buoni sentimenti che di rendere conto delle misure e dei protocolli adottati alla collettività delle famiglie di utenti e operatori”.

La coooperativa Cadiai ha replicato assicurando di aver “potenziato la presenza medica e infermieristica all’interno della struttura” , di rispettare i protocolli sanitari e respingendo la proposta di ricorrere agli Hotel Covid , giudicandoli inadatti a utenza con disabilità.

Sul tema delle strutture socio-sanitarie per anziani e disabili interviene anche il Sindacato Generale di Base, denunciando che il personale “subisce quotidianamente lo svantaggio di non godere di tutele contrattuali rispetto all’elevato rischio di infezione da Covid” e rilanciando il presidio sotto la Regione che diversi sindacati di base hanno organizzato per domanì alle 14,30.

Prosegue il comunicato: “Di fatto, anche quando , oltre il rischio, si conclamano sintomi di tale contagio o condizioni poco chiare di salute, il lavoratore si ritrova smarrito, solo, senza sapere quale debba essere l’interlocutore migliore al quale rivolgersi per una reale e concreta tutela in termini di salute e in termini di ricaduta sul piano della propria busta paga mensile (diritto alla quarantena retribuita mentre non è mai chiaro se ciò lo sarà oppure se, oltre al rischio di malattia ,anche lo stipendio sarà sempre a rischio). E’ in questo contesto così poco tutelante che, spesso, il privato ‘sociale’ si presta e offre le proprie strutture, come le Rsa, (e di conseguenza il personale impiegato, come fosse soggetto di serie B) modificandone la ragione e ‘trasformandole’ in luoghi definiti ‘presidi Covid’ rimborsati favolosamente dalla Regione o Asl. In questi luoghi accreditati, privi di strumenti e mezzi idonei, operano tutte le figure lavorative assunte inizialmente per rispondere ad altre istanze e bisogni: non certo per farsi carico, dall’oggi al domani, di rispondere a bisogni e sofferenze di persone affette da Covid-19, in una solitudine professionale. Le linee guida in materia di sicurezza e salute sul posto di lavoro restano, molto spesso, una incomprensibile vetrina che racconta una realtà non riscontrabile poi nel concreto. Non è raro, inoltre, non essere in possesso degli strumenti, mezzi e dispositivi di protezione citati e decantati proprio nelle linee guida stesse”.

Continua Sgb: “Salute e sicurezza di tutti i soggetti che lavorano e vivono in questi contesti non può essere argomento confuso, incerto, poco chiaro e poco concreto o evidenziato solo quando il problema si palesa e le persone si ammalano. In un ottica di prevenzione, crediamo siano necessarie azioni e linee guida concrete, davvero tutelanti per i lavoratori come la tracciabilità, ormai saltata, e tamponi per tutti. Non sono rari in Regione i casi di strutture per anziani o disabili in accreditamento con le cooperative sociali dove tutti gli utenti ed i lavoratori si ritrovano positivi a causa di una gestione al risparmio che non si adegua alle necessarie precauzioni anticontagio (entrate e uscite separate, pasti monoporzioni, Dpi non adeguati). L’ultima segnalazione dei lavoratori nella nostra Regione oggi a Modena, dove una struttura per anziani di tre piani ha visto trasformarsi il primo in ‘presidio covid’ ma il personale evidentemente non sufficiente alla gestione di un reparto Covid , è stato mandato a lavorare anche negli altri due piani portando così la malattia anche al secondo piano e la morte di 3 utenti. La Regione Emilia Romagna è consapevole delle condizioni di lavoro di tutte queste realtà spesso trasformate in presidi covid? Luoghi in cui la salute di tutti è sospesa in un equilibrio precario tra malattia e sospensione di diritti contrattuali (gli operatori si ammalano, rischiano lo stipendio, oppure fis che non arrivano; chi è invece un ‘utente’ rischia la vita per cure che non sono garantite da personale specificatamente idoneo a svolgere mansioni pari a quelle di chi lavora in ospedale). La regione quali tipi di interventi, monitoraggio e controlli mette in atto nei confronti di questi privati gestori di servizi sociali-assistenziali essenziali accreditati? Perché offrire permettere ai privati gestori di specifiche strutture di mutarne la ragione e natura (senza averne competenze ) per rispondere a ciò di cui dovrebbe farsi carico l’ente pubblico?”.




Fonte: Zic.it