Aprile 17, 2022
Da Le Maquis
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Edito da Edizioni Selene, Milano, 2006, 134 p.

Introduzione di Graziano Vizzini

Il presente lavoro di ricerca è nato dal desiderio di dare luce a una delle tante figure della storia del Novecento escluse dalla storiografia ufficiale, e di rendere postuma giustizia ad un uomo, modello di dedizione al proprio ideale che ha lottato a viso aperto per la libertà.

Questa biografia politica è dettata anche dalla intima necessità e consapevolezza di sostenere che il divenire storico dell’umanità è determinato da donne, da uomini, ovvero dal popolo o dal più appropriato concetto di moltitudine.

La storia che si dispiega fin dall’inizio del secolo scorso è la vicenda umana di un anarchico, di un antifascista, di un intellettuale: è la vita di Gaetano Di Bartolo Milana.

La sua singolare personalità è un mirabile esempio di coerenza tra pensiero e azione che fece di lui un uomo incapace di doppiezze e di compromessi. Tanti anni di persecuzione e di confino, peraltro sopportati con fierezza e dignità, non riuscirono a scalfire minimamente la straordinaria forza d’animo, anzi, rafforzarono ancora di più la sua fede libertaria che non conobbe tentennamenti. La sua esistenza fu caratterizzata dalla lotta contro ogni forma di repressione politica, religiosa, sociale e tutte le mistificazioni del primo Novecento.

Pur privo di un’alta formazione scolastica ebbe, tramite studi autodidattici, una vasta cultura umanistica, specialmente in materia di letteratura politica. Con limpidezza di eloquio, dissertava correttamente autori della storia politica internazionale quali Tommaso Moro, Giordano Bruno, Godwin, Rousseau, Bakunin, Marx, Labriola, Salvemini… A queste conoscenze univa una sorprendente capacità di analisi critica nel leggere la “storia” nel suo svolgimento. Vide nell’anarchia e nell’anarchismo l’unica possibilità dell’uomo di innalzarsi dalle miserie e dalle ingiustizie che il regime capitalistico arrecava alle masse proletarie. Egli fu un anarchico-comunista, ma un anarchico non comune.

Credeva che, se il fine politico è condiviso, tutte le azioni e gli atteggiamenti individuali, dovevano essere coordinati in nome dell’unità delle correnti politiche sia tra i diversi soggetti politici, mi riferisco al periodo del fascismo, sia soprattutto all’interno del movimento anarchico. Per niente settario, l’impegno civile è testimoniato dagli scritti su giornali anarchici internazionali, dall’Adunata dei Refrattari di New York al Risveglio di Ginevra; dalla sua viva partecipazione alla causa del movimento e soprattutto dalle sofferenze del carcere e del confino di polizia che gli furono inflitte durante il regime fascista.

All’età di vent’anni fondò, con alcuni gruppi anarchici isolani, il Partito anarchico italiano. L’organo del “partito” era il giornale, da lui diretto, la Fiaccola Anarchica, pubblicato a Terranova di Sicilia. Il partito si poneva come complemento all’Unione Anarchica Italiana, giudicata dai membri inadeguata per una linea direttiva unitaria. L’esperienza del partito fu breve e si esaurì del tutto con la risposta polemica di Errico Malatesta apparso sulle pagine di Umanità Nova. La visione politica di unità tra le correnti mise, Di Bartolo Milana, in aperta critica con l’Unione Anarchica Italiana e successivamente con la Federazione Anarchica Italiana le quali, a suo dire, avevano una modesta funzione di corrispondenza detenuta nelle mani di pochi. La sua attività all’interno del movimento anarchico fu sempre di natura propagandista. La propaganda è il preludio alla rivoluzione e con la sua scintilla spontanea sarà anarchica.

Acerrimo nemico della chiesa, considerava la religione e specialmente quella positiva come il prodotto dell’imperfezione intellettuale dell’uomo e come assoggettamento psicologico e sociale delle masse da parte delle classi dominanti. Altresì, considerava la proprietà privata come testimonianza dell’antichissimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e come causa dell’oppressione e della miseria economica della società. Infine, vedeva nello Stato la sovrastruttura di una mente dittatrice. L’anarchico gelese fu stimato dai più illustri personaggi politici, Giorgio Amendola, Li Causi, Failla, Macaiuso, Terracini, Schicchi, Secchia, per citarne alcuni, e dai due Presidenti della Repubblica Giuseppe Saragat e soprattutto Sandro Pertini, come figura autorevole, fraterna e umile.

E proprio con umiltà condusse la sua esistenza tra stenti e disagi pur avendo gli stessi “diritti politici” di costoro. Punto di riferimento politico della nuova generazione d’intellettuali gelesi e non solo, seppe diffondere con la sua contraddistinta eleganza dialettica i 16valori dell’anarchismo puro, che non trovano compromessi né con l’ipertrofia dell’io né con qualsiasi tipo di organizzazione refrattaria al mondo sociale. Definito dalle autorità fasciste un pericoloso anarchico, il libertario Di Bartolo Milana ebbe un amore speciale per la poesia, la quale spesso era l’esternazione romantica del suo ideale non compreso dalla maggior parte degli individui.

Non esiste? Chi? Disse! Ci profuma l’occaso e i gerani / mite al soffio di tristi uragani…

Morì una mattina uggiosa di dicembre del 1984 dopo aver espresso il desiderio di non aprir la porta a nessun prete.

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Fonte: Lemaquis.noblogs.org