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Nell’inchiesta di Zic.it sulla pandemia si inserisce un contributo inviato dal Centro di Salute Internazionale e Interculturale (CSI), composto da due testimonianze raccolte nall’ambito di un progetto pensato per raccontare le conseguenze dell’emergenza sanitaria sulle comunità già caratterizzate da disuguaglianze socio-economiche. Per partecipare all’inchiesta: [email protected]

17 Marzo 2021 – 12:20

L’inchiesta autogestita di Zic.it sul sistema sanitario bolognese nella pandemia da Covid-19 continua con un contributo inviato dal Centro di Salute Internazionale e Interculturale (CSI), composto dalle testimonianze di Anita e Violetta raccolte nell’ambito del progetto “Voci da Pescarola”.

Puoi sfogliare e scaricare lo speciale cartaceo contenente le puntate dell’inchiesta pubblicate tra novembre 2020 e febbraio 2021 o riceverne una copia a casa tramite il portale OpenDDB. Per partecipare all’inchiesta: inviare testimonianze e contributi all’indirizzo [email protected]

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Voci da Pescarola
di Centro di Salute Internazionale e Interculturale (CSI)

Il progressivo manifestarsi della pandemia a livello locale, nazionale e internazionale ha reso sempre più evidente quanto i soggetti e le comunità più colpite siano quelle già caratterizzate da forti disuguaglianze socio-sanitarie, economiche e culturali. In breve tempo la rassicurazione alimentata dal credere che “siamo tutti sulla stessa barca” si è scontrata con una realtà fortemente diseguale e che ha messo sul piatto i privilegi. All’interno di una società in cui classe, reddito, appartenenza di genere e paese di provenienza influenzano sensibilmente la vita delle persone, rendere espliciti i privilegi permette di non invisibilizzare le modalità differenziali attraverso cui i violenti effetti della pandemia agiscono sulle vite delle persone e le collettività. Come hanno riportato la rivista The Lancet e un recente studio condotto dal Centre for Global Health Inequalities Research, la pandemia di Covid-19 può essere meglio definita come sindemia, ossia una situazione in cui l’agente infettivo non colpisce indistintamente il corpo umano con la stessa rapidità e gravità ovunque, ma si acuisce e interagisce con le disuguaglianze esistenti nelle malattie croniche e nei determinanti sociali di salute. In altre parole, significa che la pandemia (in termini di prevalenza e gravità) colpisce maggiormente quei gruppi sociali già caratterizzati da una maggiore esposizione a fattori di rischio legati ai contesti di vita e lavoro, come ad esempio condizioni di lavoro precarie e/o pericolose, povertà cronica, isolamento, stress, difficoltà nell’accesso a beni e servizi essenziali, condizioni abitative compromesse e non adeguate al nucleo familiare, allocate in aree marginalizzate e colpite da un forte tasso di inquinamento. Questi fattori influenzano sia l’esposizione sia la capacità di risposta delle persone alla malattia.

Dal 2015 come Centro di Salute Internazionale e Interculturale (CSI) – APS siamo impegnate nel promuovere salute a Pescarola (Quartiere Navile, Bologna). Pescarola come molte aree della città (concentrate nella parte nord) in cui sono presenti comparti di case popolari gestite da Acer, è un’area periferica in cui si riscontrano condizioni di salute peggiori rispetto ad altre zone e alla media della città. Per comprendere e denunciare gli effetti della pandemia in questo contesto, a partire da settembre 2020 abbiamo aderito al progetto “Covid-19 – The Other Front Line. Global Voices for Social Justice”, un network internazionale di associazioni e enti di ricerca finalizzato a testimoniare le gravi conseguenze del Covid-19 sulle comunità già caratterizzate da disuguaglianze socio-economiche. Il progetto mira a reclutare giornalisti/e di strada/blogger provenienti da gruppi e comunità fragili e a sostenerli/e nel condividere le loro storie, mettendo al centro della narrazione le difficoltà e i rischi quotidiani causati dalle condizioni di vita e di lavoro; allo stesso tempo, il progetto documenta come queste condizioni siano cambiate a seguito del Covid-19, che tipo di risposta le persone e le comunità sono state in grado di dare, e quali azioni e politiche pubbliche potrebbero migliorare le loro vite e i loro contesti di riferimento. Una volta “collezionate” e rese anonime, le storie di vita vengono pubblicate sul sito del progetto e utilizzate per promuovere azioni di advocacy verso le istituzioni.

A partire dalle conoscenze e dai legami di fiducia sviluppati nel corso degli anni a Pescarola, abbiamo coinvolto alcune persone nel ruolo di giornaliste/i di strada/blogger, contribuendo così al progetto internazionale con una serie di pubblicazioni dal titolo “Voices from Pescarola”. Quelle che trovate di seguito sono alcune delle storie che abbiamo costruito insieme ad alcune abitanti. Il lavoro che sta dietro all’emersione di queste storie di vita, sia per le giornaliste di Pescarola che per noi co-giornaliste, è molto intenso, intimo, a tratti difficile per la durezza dei temi affrontati, ma anche liberatorio, come lo possono essere l’incontro, il dialogo e la condivisione con l’altra/o, in un momento storico in cui tutto questo è molto più difficile da vivere e godere. Crediamo nel potere trasformativo che la presa di parola produce e auspichiamo che queste storie possano stimolare riflessioni in chi le legge, arricchendo lo sguardo sul presente di prospettive nuove: per questo motivo ci è sembrato importante che le Voci da Pescarola trovassero spazio, oltre che sul sito internazionale, anche sul quotidiano autogestito locale Zic.it: quella di Anita, che ha trovato modi di reinventarsi durante il lockdown; di Violetta, che non ha mai smesso di fare il suo lavoro, reso ancora più pericoloso con il Covid-19; delle giovani Jane e Nikita, che affrontano maratone in Dad in mezzo a varie difficoltà.
Buona lettura.

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Forza
di Anita

“Quando non si poteva andare fuori io ero in casa e ho avuto un esaurimento totale, proprio aggravato, che mi sono trattenuta perchè le medicine che io prendo si pagano; siccome in passato ho avuto vicino ictus che non riconoscevo neanche i miei figli, il mio compagno, nessuno… camminavo solo, però dovevo urlare… la clinica costava tanto per stare lì e fare le abilità per parlare, fare… allora la forza l’ho tenuta per non abbandonare i miei figli”.

“Durante il lockdown io non avevo il compagno in casa che andava a fare la spesa, non potevo uscire neanche fuori dalla porta perché alcuni vicini non stavano bene (mi è arrivata qualche voce di alcuni positivi ma io non lo sapevo chi era): io stessa pulivo le scale, dalla tasca mia compravo prodotti, tutto, e poi quasi alla fine mi hanno rimborsato, ma non tutti… qualcuno mi ha dato un frigo perché non c’aveva soldi, dice ‘ce ne ho uno in più’ e per me andava benissimo, ne avevo bisogno… e così sono andata avanti, grazie agli amici”.

“Poi ho cominciato a lavorare con le carte; ultimamente, dalla fine del mese, hanno cominciato a contattarmi delle persone che mi conoscevano: ‘Guarda, ho bisogno di alcune risposte’, perchè si chiudevano in casa e andavano in esaurimento… e così non ci ho pensato alla mia malattia… ho cominciato con una ragazza che mi ha detto ‘dai ti prego ho bisogno, bisogno, bisogno…’ e ok, ho cominciato così, e poi una dopo l’altra, ho cominciato a pagare il mio affitto senza chiedere più niente a nessuno e a mettermi qualche soldo da parte per portare i bambini al mare…”.

“È stata dura, questo posso dirti, vedendo che nessuno ti bussa alla porta, neanche tuo padre si può avvicinare, aiutare, perchè mio padre è diabetico e problemi di cuore, mia mamma ha avuto la stessa patologia di ictus in passato… e non li potevo vedere, dalla finestra sono venuti un paio di volte a salutare i bimbi e con il cestino ho tirato la prolunga per mandargli giù del cibo, ogni tanto mi portavano merendine, dolci, però appena li portavo su li dovevo pulire. Miei amici, così, le persone mi hanno dato mano, ce la siamo data a vicenda però in verità è stata dura… adesso, di nuovo siamo un po’ a rischio però non solo io, tutto il mondo… però quando non hai niente, lotti tutti i giorni, devo pure trovare il modo di portare qualcosa a casa visto che c’ho la bambina malata a casa…”.

“La prima volta che siamo usciti dopo il lockdown mi è venuta l’ansia, la paura, e i bambini li vedevo più agitati di prima che erano in casa, schizzati… cos’hanno questi bambini? Siamo usciti fuori… c’è quella tensione in casa, tra quattro mura, solo bagno-camera-salotto, e loro sono molto vivaci, molto carichi, e si davano botte, spaccavano, disegnavano tutti i muri e io non ce la facevo più… urla urla urla… ma nessuno di miei vicini è venuto a chiedermi ‘hai bisogno Anita?’ che uscivano con la macchina a farsi la spesa… nessuno di loro, nessuno mi ha chiesto come stavano i miei figli. Quando tutto finito mi hanno chiesto ‘come stai?’, ‘hai bisogno?’, ‘hai bisogno per fare le scale? C’è diffidenza e anche paura… egoismo, però io sono andata giù dal mio vicino (il greco) e gli ho portato la spesa, quello che mi portavano a me in più io lo portavo giù a lui, e non mi interessa, anche se non andiamo d’accordo gli ho portato sia medicine (tachipirina da 1000), una gassosa, una cassa d’acqua, arance, mandarini (perché a loro piacciono quelle cose lì…), la pasta, pomodorini, il tonno, il caffè (perchè a lui piace caffè come io) e i cioccolatini…”.

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Io, il mio lavoro e il Covid
di Violetta53

“Io ho sempre lavorato, sono sempre andata dai miei vecchietti, ho sempre avuto la mascherina. Il lavoro mio è pericoloso, io faccio la badante; non è stato pericoloso andare da queste persone anziane, andare a badarle? Non sono stata molto tranquilla, ma per fortuna sono stati abbastanza consenzienti loro e mi hanno ricevuto, se dicevano stai a casa, se io non andavo a lavorare non prendevo i soldi, perché lavorando in nero, io purtroppo lavoro in nero, io non prendevo neanche i soldi. Mi ritengo fortunatissima: se queste persone non mi facevano entrare in casa loro, io neanche mangiavo in questo periodo qua. Forse ero più in pericolo e mettevo anche in pericolo le altre persone, però pur detto sono stata fortunata che mi hanno fatto entrare altrimenti ciao ciao… sai cosa mangiavo io? Ciao ciao…  Qui lavoro non c’era, non lavorava mia figlia, non lavorava nessuno, se non lavoravo neanche io… Eccome se è stato pericoloso, anche per me…”.

“Ho due figlie che sono tutte e due senza lavorare e poverine piangono tutti i giorni. Una ha una bambina, sta in una casa in affitto, sono già due mesi che non paga, sono tre mesi che non prende più la disoccupazione, allora ha fatto la richiesta per il reddito di cittadinanza, speriamo che glielo diano, perché se no non paga più niente. Adesso voglio vedere come mangerà mia figlia, verrà a casa mia a vivere. Con il lockdown, è chiuso tutto, ci è venuto a mancare il lavoro, non dico per carità il mangiare, ma i soldi. Finanziariamente non tutti stiamo bene, quelli che hanno potuto mangiare ‘meglio’ penso che siano i ricchi, quelli che stanno meglio”.

“Secondo me questo virus non se ne andrà mai, ve l’ho sempre detto, non se ne andrà mai, perché finché i ricchi non daranno ai poveri questo virus il Signore ce lo lascerà per sempre, per sempre. Badate che il male viene sconfitto con la preghiera, sempre detto, viene sconfitto anche con i dottori per carità, ma una preghiera detta meglio, dice che sconfiggerebbe tanti di quei mali che tu non te lo immagini nemmeno”.




Fonte: Zic.it