Novembre 24, 2021
Da Il Manifesto
21 visualizzazioni


Tatiana Bazzichelli è la fondatrice e direttrice del Disruption Network Lab, un’organizzazione no-profit con sede a Berlino che dal 2014 organizza eventi internazionali sui diritti umani e tecnologia. Nel triennio 2019-2021 è stata nominata membro della giuria del Fondo culturale di Berlino Capitale. Per tre anni è stata curatrice presso il festival d’arte e cultura digitale transmediale. Ha pubblicato i libri Networked Disruption (2013), Disrupting Business (2013), e in italiano, Networking: La rete come arte (2006), scaricabili dal suo blog networkingart.eu.
Dagli anni Novanta si occupa di hacking e attivismo artistico, e da quasi dieci anni delle relazioni fra whistleblowing e cultura digitale. Vive a Berlino dal 2003.

Quando si parla di whistleblower si pensa automaticamente ai più conosciuti, come Edward Snowden o Chelsea Manning. Nel tuo libro, Whistleblowing for Change, presenti whistleblower che provengono da settori molto diversi. Perché una raccolta di queste storie, ora? 

Il libro in uscita il 27 novembre per transcript Verlag è un’antologia di trenta contributi scritti da whistleblower, giornalisti, attivisti, artisti e pensatori critici, che discutono il whistleblowing come una pratica importante per creare un cambiamento attivo a livello politico, sociale e culturale, attraverso le loro storie personali. I whistleblower, termine di difficile traduzione in molte lingue, sono persone che segnalano illeciti, casi di corruzione, forme di abuso nei posti di lavoro, ma anche gravi forme di sopruso politico e sociale, rivelando informazioni d’interesse pubblico che devono essere rese note. I whistleblower denunciano comportamenti ritenuti illegali o abusivi perpetrati dai sistemi di cui fanno parte o di cui conoscono molto bene i meccanismi di funzionamento interni.

Il libro indaga il whistleblowing come una pratica politica in sviluppo che ha la capacità di provocare cambiamento. I capitoli presentano contributi non solo di whistleblower, come Brandon Bryant, John Kiriakou, Lisa Ling, Cian Westmoreland e Daniel Hale, ma anche di persone che hanno condiviso da vicino l’esperienza di whistleblower, come Billie Winner-Davis (la madre di Reality Winner), Laura Poitras, Annie Machon, Simona Levi, Suelette Dreyfus e Naomi Colvin, e di altri scrittori e attivisti che lavorano nell’ottica di esporre abusi e forme di prevaricazione a livello sociale, come Barrett Brown, Lauri Love e Daryl Davis, per citarne alcuni.

A differenza di altri libri che vedono il whistleblowing come qualcosa di specifico e molto tecnico, l’idea di Whistleblowing for Change è immaginare il whistleblowing come una forma mentis che spinge le persone a segnalare comportamenti dannosi per la società. Per capire il significato profondo del whistleblowing è importante conoscere personalmente le persone che sono coinvolte in prima persona. Per questo, il libro presenta delle storie scritte di prima mano da whistleblower, attivisti, giornalisti, avvocati e ricercatori che lavorano in questo campo e che descrivono come il whistleblowing abbia cambiato la loro vita e come il risultato di certe azioni di denuncia possa contribuire a cambiare in meglio le vite di tutti noi. Alla conferenza WHISTLEBLOWING FOR CHANGE che si terrà a Berlino il 26-28 Novembre si discuterà come il whistleblowing possa contribuire ad immaginare una nuova forma di azione politica e sociale.

Anche riguardo ai whistleblower piú famosi si pensa di conoscere molto, in realtà le loro vicende sono molto complesse. Julian Assange, ad esempio viene considerato un whistleblower ma tecnicamente non lo è. Nel libro vi occupate anche della sua vicenda. Che ruolo ha avuto WikiLeaks nella storia del whistleblowing?
Di WikiLeaks si parla in diverse parti del libro. Ne parla ad esempio Laura Poitras, che racconta la genesi del suo lavoro come giornalista e filmmaker e cosa è accaduto dopo il film “Citizenfour” su Edward Snowden e “Risk” su Julian Assange; e ne scrivono lungamente Suelette Dreyfus e Naomi Colvin, raccontando la storia di Assange dalla fondazione di WikiLeaks all’incriminazione da parte degli Stati Uniti. Il testo descrive anche gli sforzi per abolire la riforma della legge sullo spionaggio del 1917 (Espionage Act). L’applicazione di questa legge draconiana sullo spionaggio usata per punire e incriminare molti whistleblower, e lo stesso Julian Assange, deve indurre a una grossa riflessione collettiva e mediatica. Siamo di fronte a gravi violazioni dei diritti umani come sta succedendo nel caso di Assange, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, dall’aprile 2019. Assange rischia fino a 175 anni di carcere per il suo ruolo nella pubblicazione delle leak concernenti i documenti diplomatici sulle invasioni degli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq e dei cablogrammi dell’Ambasciata Statunitense.
WikiLeaks è stata una fonte di ispirazione per molti whistleblower ma anche per molti giornalisti e per tutti coloro che hanno a cuore la libertà di espressione e di parola. WikiLeaks ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo già dal 2006, anno della sua fondazione. Grazie a Julian Assange e il suo team sono stati rivelati importanti crimini di guerra e forme di malgoverno a livello globale. Un esempio è la diffusione del video Collateral Murder, sull’attacco aereo a Baghdad nel 2007, una delle leak di Chelsea Manning pubblicate da WikiLeaks. Tutti, se crediamo nel concetto di libertà di informazione, dobbiamo qualcosa a WikiLeaks e trovo veramente scandaloso il totale silenzio della maggior parte della stampa e dei media sull’isolamento e persecuzione di Julian Assange che va avanti da anni.

I whistleblower sono visti di solito o come eroi o come traditori. Nella prefazione al libro questa la definisci una “dicotomia artificiale”. Perché?
In molti contesti sociali e culturali, il whistleblowing è ancora preso di mira come una forma di tradimento e stigmatizzato come qualcosa di deplorevole. La conseguenza è che i whistleblower sono perseguitati, ignorati, isolati, e si attuano forti misure contro di loro. L’idea di produrre “prove” e rivelare informazioni di interesse pubblico dall’interno dei sistemi stessi non è sempre vista come qualcosa di positivo. Esiste una pratica discriminatoria radicata in molte culture lavorative e istituzionali, che fa si che il whistleblower, la persona che scopre attività illegali e accordi illeciti rivelandoli al pubblico, sia considerata un traditore. Ne consegue un clima di intimidazione, mobbing e isolamento. Il film italiano “Never Whistle Alone” di Marco Ferrari racconta questo fenomeno molto bene. Dall’altra parte, i whistleblower possono essere osannati come eroi e anche questo a volte diventa un problema, perché li allontana dalla percezione di essere persone normali, che vivono, agiscono e soffrono come tutti noi. Di conseguenza, meno persone sono inclini a sostenerli o a sentirsi vicine a loro, e i whistleblower vengono fagocitati dal sistema dei media e poi dimenticati una volta che le loro azioni non fanno più notizia. Nel nostro libro i whistleblower si raccontano da soli. E lo fanno mostrando le conseguenze vive e dirette nella propria vita, le difficoltà e i loro pensieri.

Esiste un pregiudizio contro i whistleblower nella politica, nei media, nella società in generale?
Non credo che dobbiamo generalizzare, ma spesso una certa diffidenza esiste, anche negli ambienti radicali, e ci sono motivi concreti. I whistleblower sono persone che vogliono cambiare i sistemi per il meglio, ma in molti casi, si fidano troppo dei sistemi, rendendosi conto troppo tardi che questi sistemi non sono disposti a cambiare. Molti dei whistleblower che ho incontrato non sono attivisti e non provengono dal mondo della sinistra radicale. Sono stati operatori di droni che hanno lavorato per l’esercito, analisti di intelligence, membri delle agenzie di sicurezza nazionale, dell’FBI o della CIA. È chiaro che tra gli attivisti ci sia diffidenza. Per me è stata una sorpresa aver trovato il coraggio di cambiare opinione su queste persone, come loro hanno avuto il coraggio di cambiare opinione sui sistemi in cui lavoravano. Cambiare opinione per costruire qualcosa di concreto e denunciare forme di potere, controllo e sorveglianza, è un atto di coscienza civile molto forte, che va supportato e tutelato. Molto spesso anche i whistleblower sono stati vittime dei sistemi che hanno contribuito a costruire. Sono i sistemi che dobbiamo combattere, non le persone singole, soprattutto se poi decidono di passare all’altra parte.

Scrivi anche che il Whistleblowing dovrebbe diventare und diritto. Come potrebbe diventare possibile?
Il whistleblowing è un atto etico, basato sul concetto di onestà e responsabilità. Io credo che il whistleblowing dovrebbe diventare un diritto civile. L’operazione culturale di Whistleblowing for Change è che espandendo concettualmente quest’atto a un insieme di pratiche a livello culturale, politico, tecnologico e artistico, si contribuisca a sensibilizzare l’opinione pubblica verso i whistleblower, opponendosi alla loro persecuzione. Molti degli autori che sono stati invitati a partecipare a quest’antologia, contribuiscono a smascherare sistemi di potere e di ingiustizia, e spesso pagano un prezzo molto alto per diffondere la verità. Dovremmo sostenere collettivamente chi ha deciso di denunciare abusi e illeciti. Come sostiene Annie Machon, ex-agente d’intelligence per l’MI5, l’atto del whistleblowing è l’ultima risorsa possibile, quando una persona si è accorta che il sistema non può e non vuole cambiare. Se ci fossero abbastanza ascolto e possibilità di azione diretta all’interno dei sistemi o semplicemente dei propri ambiti di lavoro, non avremmo cosi tanti casi di giovani whistleblower che lottano contro sistemi molto più potenti di loro. Una buona soluzione è l’attività di GlobaLeaks che mostra come sia possibile erogare piattaforme gratuite di denuncia di illeciti a tutta la pubblica amministrazione, creando un software libero e open source per mantenere una piattaforma di whistleblowing sicura.

Il whistleblowing è visto come in genere anche come una cosa molto tecnica. Nel libro un’intera sezione è dedicata al concetto di “Art as Evidence”. Cosa ha a che fare il whistleblowing con l’arte? 

La nozione di “Art as Evidence”, arte come fonte di informazione sugli interessi pubblici, mi è stata suggerita da Laura Poitras nel 2013, quando insieme a Trevor Paglen e Jacob Appelbaum, stavamo preparando l’omonimo keynote che ho curato a transmediale festival a Berlino nel 2014. Nel mio testo e nelle interviste con Laura Poitras e Trevor Paglen sull’argomento ci occupiamo del potenziale artistico dell’informare e promuovere consapevolezza su questioni sociali, politiche e tecnologiche. La mia analisi traccia il background del concetto di “Art as Evidence” dai primi progetti di WikiLeaks alle rivelazioni di Edward Snowden sui programmi di sorveglianza di massa e d’intercettazione telefonica da parte della National Security Agency.
L’idea è di immaginare la creazione di opere artistiche attraverso modelli critici di pensiero e di analisi del nostro presente. Lo scopo è indagare fatti che devono essere svelati e conseguentemente veicolare le informazioni attraverso l’arte coinvolgendo il pubblico non solo a livello analitico, ma anche emozionale. Cosa che abbiamo visto fare perfettamente da Laura Poitras con i suoi film e le sue mostre.

Nella prefazione racconti la tua esperienza come mediaattivista durante il G8 di Genova 2001. In che misura le esperienze di quegli anni hanno influenzato il tuo lavoro successivo sul whistleblowing?
Come gli altri autori del libro racconto la mia storia in relazione al whistleblowing partendo da un’esperienza personale. Dalla fine degli anni Novanta facevo parte di un collettivo hacker romano, AvANa (Avvisi Ai Naviganti), e collaboravo strettamente con il gruppo Strano Network, attivo a Firenze e dintorni. Durante il G8 di Genova nel luglio del 2001, eravamo collegati in diretta da una piazza fiorentina con Radio GAP, un network di radio autogestite che aveva base nel Media Centre della Scuola Diaz, in cui si trovavano il Genoa Social Forum, Indymedia e altre piattaforme indipendenti. Durante l’irruzione della polizia alla Scuola Diaz noi del gruppo Strano Network eravamo collegati live con la radio, per informare da una piazza cittadina sui fatti di Genova. Abbiamo vissuto collegati in diretta l’irruzione della polizia, e questo ha lasciato in me un trauma a distanza. Nulla di paragonabile alle violenze subite da chi era a Genova, ma di sicuro l’impatto nel mio percorso è stato forte. Quei giorni sono stati fondamentali per il movimento italiano e internazionale. Al contrario di quanto alcuni media hanno raccontato questa estate, Genova è stato un inizio e non semplicemente la fine di un movimento. Per me ha significato ripensare una strategia politica, non basata più sullo scontro diretto, ma su dinamiche più fluide e pervasive.

Dal 2003 vivo a Berlino e in quegli anni sono entrata a far parte della scena hacker e queer della città, cercando di capire come immaginare una forma di opposizione politica che non sia solo frontale. Appena trasferita, ho iniziato a interessarmi in prima persona a pratiche e politiche queer, ma anche, successivamente, ai fenomeni di disruption. L’idea della disruption come perturbazione di sistemi dall’interno è nata da queste riflessioni, e nel 2014, questa pratica ha portato alla genesi del Disruption Network Lab, le cui conferenze sono nate dall’interconnessione delle pratiche di attivismo, hacking e arte. Dal momento in cui ho concettualizzato la teoria del networked disruption (la turbativa di rete) sono approdata al whistleblowing, che per me rappresenta una possibilità per ripensare criticamente il concetto di attivismo artistico e di hacking. È un atto-evento che turba il regolare stato delle cose. È una pratica di disturbo, dall’interno dei sistemi. Ma è anche una pratica di costruzione attiva di un cambiamento politico e sociale.

Il Disruption Network Lab ha organizzato a marzo degli incontri in streaming sul tema whistleblowing durante la pandemia. Si è parlato anche di “giornalismo pandemico”.
Il punto di partenza della conferenza Behind the Mask è una riflessione sistemica sugli effetti della pandemia. La pandemia ha messo in evidenza asimmetrie di potere e ingiustizie che già esistevano nella società, ma che ora sono impossibili da ignorare. Insieme alle persone che hanno perso dei familiari o amici colpiti dal virus, ci sono anche persone che hanno perso il lavoro, oppure che hanno subito violenza durante il lockdown costrette a stare a casa in situazioni di disagio, o che non hanno potuto fermarsi come molti perché lavorano nei settori cosiddetti necessari e sono stati più esposti al contagio di tutti noi. La conferenza ha evidenziato questi problemi strutturali, e ha ricordato l’importanza dei whistleblower in momenti di crisi per produrre consapevolezza su temi cruciali a livello globale. Durante un momento di emergenza come quello pandemico, è fondamentale supportare e ascoltare persone che denunciano abusi nelle istituzioni e negli ambienti di lavoro, siano comportamenti scorretti nella sanità oppure forme di prevaricazione e sfruttamento nella vita quotidiana.

Nella crisi attuale è necessario informare correttamente sui temi centrali della pandemia e sulle questioni di salute pubblica. Serena Tinari, co-fondatrice di Re-Check e giornalista investigativa sui temi della medicina, ha partecipato alla conferenza per offrire un workshop di alfabetizzazione mediatica sul giornalismo pandemico. Ha mostrato come un atteggiamento positivo dei media, per non scoraggiare le persone a fare il vaccino, debba essere supportato da un’analisi critica delle informazioni che sono fornite dalle fonti ufficiali. I numeri e i dati del giornalismo pandemico vanno sempre studiati attentamente, bisogna continuare a evidenziare i limiti dei comunicati stampa aziendali e governativi sulla pandemia, e i potenziali conflitti di interesse dei media e delle società farmaceutiche. Molti giornalisti si sono improvvisati esperti di medicina, e il parere dei virologi è diventato il punto di vista principale per orientarsi su temi che invece dovrebbero essere di competenza di altre figure specializzate.

Bisogna lavorare proprio su questo, non omettere informazioni perché critiche, cercare di orientare il pubblico correttamente per generare un clima di solidarietà collettivo invece che di paura, diffidenza, e allarme. Altrimenti si rischia di ottenere effetti come quelli che stiamo vivendo, in cui persone perdono fiducia nelle istituzioni e diventano vittime di teorie cospirative, con danni pesanti per la loro salute e quella degli altri. La critica non va lasciata solo nelle mani di chi è contrario al vaccino, bisogna garantire trasparenza, denunciare gli illeciti a livello sanitario e diffondere informazioni di interesse pubblico per aiutare a fare le scelte corrette. Ci sono tante persone che lavorano quotidianamente per raccontare la verità, anche nel campo della medicina e della salute pubblica, come Erika Cheung (whistleblower di Theranos e co-fondatrice di Ethics in Entrepreneurship) ed Eileen Chubb (whistleblower nel settore delle case di cura e di assistenza, fondatrice di Compassion In Care e co-fondatrice di The Whistler). Le loro storie sono parte della nostra conferenza di Marzo.

La conferenza si aprirà con la proiezione del documentario “United States vs. Reality Winner”, diretto e prodotto da Sonia Kennebeck. Perché nel libro avete scelto di raccontare la sua storia e quelle di altri whistleblower meno conosciuti?
Il contributo Billie Winner-Davis, la madre die Reality Winner, apre anche la nostra antologia ed è molto importante per avvicinare il caso al pubblico. Reality Winner ha lavorato fino al 2016 nell’US Air Force, impegnata nel settore dell’intelligence e nel programma sui droni con un background da linguista, e conseguentemente, è stata assunta da un’azienda che fornisce servizi in appalto alla National Security Agency. Il testo di Billie Winner-Davis racconta la sua storia e la sua persecuzione dopo l’arresto da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sotto Trump. Nel 2016 Reality è stata arrestata per aver inviato anonimamente alla redazione del giornale online The Intercept un rapporto di intelligence sui tentativi di spear phishing da parte della Russia nelle elezioni americane del 2016. Come racconta Billie Winner-Davis, questa leak è coincisa con il momento in cui Trump stava tentando di fermare l’indagine sulle interferenze elettorali russe nelle elezioni presidenziali. Reality Winner è stata prontamente arrestata e accusata applicando anche in questo caso la legge sullo spionaggio, ed è stata costretta ad accettare un patteggiamento che l’avrebbe fatta finire in prigione per quasi 4 anni. Abbiamo scelto di far scrivere un testo a Billie Winner-Davis per fornire il punto di vista di un genitore su come la forte repressione su Reality e il silenzio della stampa sulla questione abbiano un impatto devastante sulla vita reale delle persone coinvolte. L’obiettivo del libro è connettere diverse competenze, promuovere nuove indagini e immaginare tattiche collettive per fare luce sui sistemi di potere e di ingiustizia.

Nel libro vanno citati anche altri contributi di whistleblower vicini alla storia di Reality Winner, e connessi al programma statunitense sui droni. In particolare la storia di Brandon Bryant, che è stato il primo operatore di droni a denunciare le condizioni di chi lavora nel programma “Predator” dell’US Air Force, di cui ha fatto parte dal 2006 al 2011, e il capitolo, molto importane per il nostro libro, di Lisa Ling e Cian Westmoreland: “The Kill Cloud”. In questo capitolo, i due whistleblower parlano delle implicazioni del Network Centric Warfare, e di cosa si cela dietro un approccio tecnologico che viene descritto attraverso la figura del drone per scopi bellici, ma che invece appare come una rete insidiosa e complessa che unisce diversi nodi di un sistema di controllo globale basato sull’interconnessione di satelliti, intelligenza artificiale, big data e territori di conquista militare e politica. Nel libro trova spazio anche lo statement che Daniel Hale, ex analista di intelligence della National Security Agency, ha letto durante il processo di condanna per la sua leak di informazioni classificate sull’uso bellico dei droni. Daniel si trova tuttora in prigione.

La conferenza di Novembre è il primo passo di un profondo dibattito sugli effetti del whistleblowing nella cultura, nella politica e nella società, ed è collegato a una seconda conferenza, NETWORKED WARFARE, che avrà luogo a Berlino il 25-27 marzo 2022, aprendo il programma del prossimo anno del Disruption Network Lab. A marzo ci concentreremo sulla guerra dei droni e sulle tecnologie di sorveglianza, che sono stati i temi della nostra prima conferenza nell’aprile 2015 (https://www.disruptionlab.org/drones) e anche un tema centrale della nostra antologia.

PER COMPRARE IL LIBRO e scaricare la versione gratuita in PDF:
https://www.transcript-verlag.de/978-3-8376-5793-7/whistleblowing-for-change/




Fonte: Ilmanifesto.it