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Coordinamento Migranti Interporto: “La morte di Yaya Yafa mostra che non è più possibile ignorare che il permesso di soggiorno – soprattutto quando è di soli sei mesi in attesa della risposta della commissione territoriale alla richiesta di asilo – costringe ad accettare qualsiasi lavoro, con qualsiasi contratto, a qualsiasi condizione e salario”.

04 Novembre 2021 – 14:29

di Coordinamento Migranti Interporto

Che cosa succederebbe se le e i richiedenti asilo impiegati all’Interporto e nella logistica smettessero di lavorare per una settimana? Che cosa succederebbe se smettessero di rispondere alle chiamate di agenzie interinali che, grazie al ricatto del permesso di soggiorno, possono permettersi di proporre contratti di pochi giorni a chi vive della speranza di avere un documento? Dopo la morte Yaya Yafa mentre lavorava – con un contratto di quattro giorni – all’Sda di Bologna, queste sono le domande che sono circolate ad alta voce tra migranti e richiedenti asilo che hanno organizzato e partecipato alla manifestazione per Yaya a Ferrara e che continuano a circolare notte e giorno nei magazzini della Grande Fabbrica dell’Interporto. A queste domande di sciopero e di rifiuto delle condizioni di ricatto in cui vengono messi al lavoro la risposta è una sola: la logistica si bloccherebbe e i padroni li andrebbero a cercare con in mano con un contratto fisso. Perché la logistica si basa sullo sfruttamento del lavoro migrante e il movimento delle merci non può fare a meno dei più sfruttabili e ricattabili: i richiedenti asilo. I richiedenti asilo conoscono bene come funziona questo ricatto. Ma sanno anche di essere una forza e hanno deciso di prendere parola attraverso il Coordinamento Migranti Interporto. Se all’interporto nessuno fa nulla per garantire la sicurezza sul lavoro non è perché mancano corsi di formazione, come sostiene la Cgil, né perché non hanno tessere sindacali in tasca, ma è perché a lavorare sono loro, migranti e richiedenti asilo, protagonisti di un lavoro invisibile, che può essere dismesso in ogni momento e sfruttato per tutto il tempo. La morte di Yaya Yafa mostra che non è più possibile ignorare che il permesso di soggiorno – soprattutto quando è di soli sei mesi in attesa della risposta della commissione territoriale alla richiesta di asilo – costringe ad accettare qualsiasi lavoro, con qualsiasi contratto, a qualsiasi condizione e salario.

I lavoratori interinali della logistica, la gran parte richiedenti asilo in possesso di brevissimi permessi di soggiorno, continuano a essere invisibili agli occhi di padroni, Stato e sindacati. Nemmeno l’incidente mortale capitato a Yaya Yafa nella notte di venerdì scorso ha rotto il silenzio sulle condizioni del lavoro migrante, una forza che opera ad altissima intensità di sfruttamento e che svolge un ruolo fondamentale in quella Grande Fabbrica che è l’Interporto di Bologna. Mentre le istituzioni si limitano a comunicare la loro ambigua costernazione, i sindacati occupano la scena mettendo al centro le tensioni e i litigi che li attraversano. Se c’è un modo per rendere giustizia a Yaya, per mostrare qualcosa in più del dolore o della sterile rabbia per l’ennesima morte sul lavoro all’Interporto di Bologna, allora bisogna denunciare le condizioni politiche del lavoro migrante impiegato in modo intermittente dentro i magazzini della logistica. Per questo i lavoratori richiedenti asilo di Sda hanno deciso di prendere parola con il Coordinamento, di descrivere le condizioni quotidiane del loro lavoro, di rompere cioè il silenzio in cui Stato, padroni e sindacati li vogliono relegati.

Non si sta parlando di una piccola porzione di lavoro: il magazzino Sda conta 182 “buche” e in ciascuna di queste sono impiegati, giorno e notte, almeno tre lavoratori interinali, anche se queste cifre cambiano a seconda delle necessità del mercato: più ci si avvicina a momenti di alta richiesta, come il Natale o il Black Friday, più i numeri crescono. Si tratta quindi di un magazzino in cui una parte del lavoro è svolto da migranti con contratti a tempo indeterminato, assunti dalla cooperativa Metra, e la maggioranza risulta invece costituita da richiedenti asilo reclutati come interinali dalla stessa cooperativa tramite la mediazione delle agenzie del lavoro. Le agenzie reclutano i lavoratori all’interno delle grandi strutture di accoglienza sparse per mezza Emilia-Romagna. Viste le condizioni di reddito e facendo leva sulla loro speranza di guadagnarsi un permesso di soggiorno per lavoro, all’agenzia basta spesso un solo messaggio su Whatsapp per trovare lavoratori disponibili. Questi devono raggiungere autonomamente l’Interporto in bicicletta o in monopattino e su quelle strade capitano costantemente incidenti, anche mortali. Yaya da tre giorni era uno di questi lavoratori e lo sarebbe restato per una intera settimana, il tempo previsto dal suo contratto, il tempo accordato a tutti quelli come lui. L’uso interinale del lavoro migrante è quindi strutturale alla sopravvivenza del magazzino, soprattutto per i lavori di carico e scarico che devono essere fatti a mano, senza l’ausilio di macchine. Anche se la maggior parte non ha patenti per guidare i muletti nel magazzino capita quotidianamente che venga chiesto di farlo. Fin dall’inizio del turno quando queste centinaia di interinali entrano nel magazzino, contro ogni protocollo di sicurezza vengono frettolosamente caricati sui muletti per affrettare lo smistamento in tutte le “buche” dove dovranno lavorare. Quando un interinale inizia a lavorare nel magazzino riceve indicazioni esclusivamente dalla cooperativa Metra che lo ha chiamato; gli viene dato un gilet catarifrangente e l’indicazione di procurarsi un paio di scarpe antinfortunistica per proteggere i piedi. Questo è tutto ciò che viene comunicato loro in termini di istruzioni e dispositivi di sicurezza. Capita che una volta assegnato a una “buca” un lavoratore interinale non riceva altre informazioni, non gli venga detto nemmeno se e quando ha diritto a una pausa né l’orario in cui potrà staccare dal lavoro.

Spostare a braccia tutti i colli di un rimorchio è un’operazione che può necessitare alcune ore per questo spesso i camionisti staccano il loro mezzo e vanno altrove a riposarsi. Nelle operazioni di agganciamento e sganciamento del camion il rimorchio si può muovere o subire oscillazioni. Nonostante ciò, per non perdere tempo, questo avviene mentre i facchini stanno scaricando e ciò comporta evidenti rischi di scivolare o che qualche pacco caschi addosso al facchino di turno. È una situazione come questa che è costata la vita a Yaya. Anche se di solito quando i rimorchi sono fermi ci sono dei blocchi che si mettono alle ruote per evitare che si muovano, nel magazzino di Bologna moltissimi di quei blocchi sono rotti e fuori uso. Non sappiamo se il rimorchio che ha schiacciato Yaya fosse stato messo in sicurezza oppure no, sappiamo però che Yaya stava scaricando un mezzo, in piedi sulla ribalta, sente un forte rumore, infila la testa nello stretto spazio che rimane tra la bocca del magazzino e il rimorchio per vedere quel che succede e in quel momento quello lo schiaccia. Yaya rimane lì almeno dieci minuti senza che nessuno, né autista né colleghi, si accorga dell’incidente, dia l’allarme e chiami i soccorsi. In queste condizioni gli incidenti sul lavoro sono all’ordine del giorno, almeno due o tre volte la settimana un’ambulanza deve venire per qualche piede schiacciato o altri infortuni. Questo preoccupa l’azienda e i piani alti della control tower che però preferiscono voltarsi dall’altra parte. Viene da chiedersi: ma come fanno con gli ispettorati del lavoro? Sda è un’azienda parastatale, in stretto legame con Poste Italiane, garantisce servizi essenziali alle comunicazioni e trasporti e riceve per questo un trattamento più morbido da parte delle autorità. Alla fine del turno quasi ogni giorno le ore retribuite saranno meno di quelle effettivamente lavorate; gli straordinari non pagati sono prassi quotidiana di Sda e di molte altre aziende della logistica. Prima di uscire le guardie giurate dell’azienda fanno una rapida perquisizione degli zaini – solo dei lavoratori interinali – per controllare che non si stiano portando via nulla.

Il ricatto del permesso di soggiorno si serve inoltre del razzismo e del sessismo per affermare precise gerarchie. Mettere le e i richiedenti asilo nella condizione di sentirsi sotto costante minaccia significa anche chiamarli per numero e non per nome, perché tanto non sono mica bianchi e quindi anzi si può perfino usare il vecchio ma sempre in voga “negro vai a lavorare”, o ricorrere al più banale repertorio maschilista contro le lavoratrici che rifiutano di essere pedine dei giochi patriarcali dei maschi (non solo) bianchi. Il corteo che sabato ha attraversato le strade di Ferrara, città in cui Yaya viveva, ha detto chiaramente che le e i migranti non sono più disponibili ad accettare violenze e sfruttamento, sanno chiaramente quanto valga il loro lavoro per l’indotto dell’Emilia-Romagna. Questa è la Sda, questo è il lavoro nei magazzini della sedicente città più progressista d’Italia. Porre la questione in semplici termini di sicurezza significa negare l’elemento strutturale giocato dallo sfruttamento del lavoro migrante, dalle differenze di permesso di soggiorno fra migranti e richiedenti asilo, dalle gerarchie sindacali, razziali e sessuali, attraverso cui è organizzato e agisce il comando sul lavoro alla Sda e negli altri magazzini della Grande Fabbrica dell’Interporto.




Fonte: Zic.it