Marzo 8, 2022
Da Il Manifesto
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Lo sapeva, Cesare Zavattini, che bisognava darsi da fare, e scrivere, e agire per la pace. Lo sapeva che mica bastano i discorsi di circostanza, ma che serviva costruire una cultura di pace. Per quarant’anni, lo scrittore e sceneggiatore nato a Luzzara nel 1902, si è dannato l’anima per quel suo progetto che ora è documentato in un libro, La pace, edito da La nave di Teseo, che raccoglie pensieri, soggetti per film, diari, appelli, lettere inedite. Dalla prefazione, curata da Valentina Fortichiari, capiamo che quell’ossessione accompagnò Za, come lo chiamavano gli amici, fino alla fine.
Nel 1958, in un discorso a Firenze, dice «La situazione è grave come al tempo della Resistenza, ma la difficoltà sta nel sentire le pallottole che non ci sono, i passi pesanti dei tedeschi che non ci sono più o l’aria mossa dal saluto romano che non c’è più». Nel 1986, tre anni prima di morire, scrive nei suoi quaderni: «Siamo lontani dalla pace come dall’immortalità». Ah, se lo avessero ascoltato quei potenti a cui lui aveva pensato di rivolgersi con una proposta che chiamò «Periplo di pace» e che presentò al Congresso per il disarmo e la cooperazione internazionale di Stoccolma che si tenne nel luglio 1958.

«I risultati del Congresso – scrive Zavattini – non dovrebbero restare confinati, come cercano che avvenga tutti i nemici espliciti o impliciti della pace, in una specie di limbo utopistico o culturale (…) ma devono raggiungere subito gli uomini politici nelle loro sedi, e non con qualche paginetta ciclostilata, ma con le persone, con i rappresentanti medesimi del Congresso ancora vibranti di quella fede e di quella forza scaturite a Stoccolma».
Pier Paolo Pasolini, a cui fu chiesto di commentare l’iniziativa di Za, scrisse: «In un mondo superficiale e volgare, interessato e arido com’è quello in cui viviamo, la proposta di Zavattini rischia di parere ridicola, o, peggio, ingenua». Pasolini aggiunge che non è con il mondo della politica che il «periplo» deve confrontarsi, ma quello della cultura e dell’opinione pubblica perché «in un mondo di pigri, di cinici, di leggeri, di cattivi, ben venga questo patetico atto di fede: questa bontà inopportuna in un mondo di opportunisti».
Più disilluso si mostrò Giuseppe Ungaretti che, se sentiva la necessità di un «riarmo morale», vedeva anche «le volontà di potenza, le camicie di forza degli interessi, gli stordimenti delle propagande, la fatalità storica, il dinamismo dei sistemi ideologici».

Zavattini, lette le considerazioni degli amici intellettuali, rispose così: «Il nostro periplo di pace è un viaggio tutt’altro che romantico. Noi sappiamo di rappresentare qualcosa di molto importante. Rappresentiamo nientemeno, esplicitamente, quello che è implicito nel 99 per cento degli uomini. Vogliamo portarlo, questo sentimento, davanti ai capi di governo, esprimerlo con la viva voce, ragionarlo, e dargli il significato di un primo urlo della ripresa determinante di partecipazione dei cittadini ai fatti del loro tempo». E poi, Za, scrive quella poesia, intitolata La guèra, che dice «La guerra non c’è mai stata! / Io l’ho inventata! /Mi succede quando bevo. / Sono sul terrazzo che si vede il mare? / L’aria / di colpo si turba, va a male. / Nel suo intarolirsi vedo / budelle venir fuori, biscie sembrano, / bambini spaccati in due con un colpo secco d’ascia, / facce che conosco / bruciare / più presto d’una carta, / bocche che hanno detto amore mio. / Datemi un bicchier d’acqua, / non posso continuare. / Domani, nell’udienza di domani mi farò forza, / vedrete dove arriva questa mia immaginazione».

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Fonte: Ilmanifesto.it